Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


lunedì 30 dicembre 2013

ITALIA – PSI: Perché pretendiamo di entrare al governo


Francamente non mi è dato sapere se ci sarà il cosiddetto rimpasto. Ad ascoltare le frasi che Renzi dedica a Letta quest’oggi c’è da stare poco allegri. Altro che rimpasto o rimpastino. Renzi sostiene che tra lui Alfano e Letta non c’è niente in comune. Passi per Alfano, che però è suo alleato di governo. Ma che con Letta, che non è solo presidente del Consiglio, ma anche autorevole esponente del Pd, Renzi non senta alcuna affinità è davvero sorprendente. La motivazione è che Letta sarebbe stato nominato ministro qualche tempo fa da D’Alema. E quando si pronuncia quel cognome ormai nel Pd renziano è solo per disprezzo. Se le parole hanno un senso quella che doveva essere una smentita delle affermazioni di Faraone, giovane guerrigliero della nuova segreteria, sono diventate peggio che una conferma. Governo sempre più traballante, dunque.

Letta farà bene a mettere le cose in chiaro e a chiedere un pronunciamento del suo partito sulla necessità o meno di continuare questa esperienza, perché un percorso costellato di logoranti polemiche porta diritti nel burrone. E a me pare che questa sia la via scelta da Renzi e dal suo éntourage. Non chiedere mai apertamente la crisi e non pretendere che il governo vada a casa, sia per non assumersi questa gravosa responsabilità, sia perché senza legge elettorale è folle pensare alle elezioni. Quel che interessa a Renzi è mostrare la sua diversità nei confronti di questo esecutivo. Renzi è l’uomo della nuova Italia che non può confondersi con la vecchia. E l’Italia di Renzi è fatta di bipolarismo, meglio se bipartitico, di due candidati che si contrappongono con programmi e uomini, i suoi giovani e pimpanti.

Si compone di un’idea della politica di stampo esclusivamente leaderistico, e concilia l’antipolitica grillina e la soppressione dei partiti, che peraltro è in gran parte già avvenuta, con una riforma del mercato del lavoro di stampo tedesco. Queste promesse vengono rinviate a dopo il suo avvento e non possono essere sciupate oggi. Noi osserviamo e prendiamo nota. Ma abbiamo una semplice considerazione da fare. Il nostro piccolo partito, di stampo identitario, dispone oggi di sette parlamentari, di cui tre senatori. Non ha alcuna rappresentanza governativa, eppure al Senato i tre valgono trenta, visto che la maggioranza è piuttosto risicata. Si vada o no verso il rimpasto, alcune caselle, dopo il ritiro della delegazione di Forza Italia, sono rimaste vuote. O si vorrà tenere presente la nostra legittima, anzi ovvia, esigenza di qualche rappresentanza nell’esecutivo, oppure anche il Psi che, diversamente da Renzi, considera di aver molte cose in comune con Letta, dovrà ripensare al suo atteggiamento nei confronti del governo.

Mauro Del Bue

domenica 29 dicembre 2013

ITALIA - Renzi: «Con Letta e Alfano niente in comune»


«Premier e vicepremier? Io sono diverso, ho un mandato popolare».

Domenica, 29 Dicembre 2013 - Sostiene il governo, ma prende le distanze da Enrico Letta. Matteo Renzi, in un'intervista alla Stampa ha detto la sua sul premier e su Angelino Alfano, i suoi «coetanei».
«Io sono totalmente diverso, per tanti motivi, da Letta e Alfano, ma quanto al governo bisogna tener fede a quanto detto: se Letta fa, va avanti. Certo, se si fanno marchette e si passa dalle larghe intese all'assalto alla diligenza, non va bene», ha dichiarato il segretario del Pd al quotidiano torinese.
«NEL 2014 SI PASSA DAL LAVORO ALLE RIFORME». «Le cose bisogna raccontarle per come stanno», ha continuato, «lui, Enrico, è stato portato al governo anni fa da D'Alema, che io ho combattuto e combatto in modo trasparente; e Angelino Alfano al governo ce l'ha messo Berlusconi, quando io non ero ancora nemmeno sindaco di Firenze».
«Io sono diverso in primis perché ho ricevuto un mandato popolare. Per questo», ha sottolineato, «con l'anno nuovo si passa dalle chiacchiere alle cose scritte: lavoro e riforme».
«L'idea è di continuare a sostenere il governo a condizione che faccia quel che deve. Però potevano risparmiarsi e risparmiarci tante cose. E la faccenda della nomina da parte di Alfano di diciassette nuovi prefetti è soltanto la ciliegina sulla torta.
NO AL RIMPASTO DI GOVERNO. Di 'rimpasto' il sindaco di Firenze non vuole sentir parlare: «Quella parola, intendo rimpasto, non l'ho mai pronunciata e mai la pronuncerò. Io fatico a tenere dietro al governo, perché ogni tanto mi dice che vorrebbe lasciare: è quello il mio problema, non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle: chiedo solo che si cambino stile e velocità nel governo».
Sulla legge elettorale Renzi ha iniziato a preparare una nuova offensiva, anche nei confronti di Grillo e Berlusconi: «Vediamo cosa risponderanno gli uni e gli altri ma io con loro ci parlo e ci parlerò. Il voto subito? Calma, bisogna tener fede a quando detto: se Letta fa, va avanti».

ITALIA - Immigrati, Mario Mauro: «Cittadinanza in cambio di leva militare»


Il ministro della Difesa: «Bisognerebbe fare come negli Stati Uniti. Si faccia una piccola modifica alla Costituzione italiana».

Sabato, 28 Dicembre 2013 - Anche il ministro della Difesa Mario Mauro ha la sua proposta sugli stranieri presenti nel nostro Paese: «Si faccia una piccola modifica alla Costituzione italiana e si dia la possibilità agli immigrati di poter entrare nelle forze armate», ha detto il ministro dalle colonne del quotidiano Libero.
«I CIE DEVONO ESSERE EUROPEI». Mauro è favorevole a modificare la Bossi-Fini, perché, ha sottolineato, «credo che si possa fare molto di più dal punto di vista della sicurezza» e anche «in dimensione umanitaria. E qui torniamo al discorso dei centri che debbono essere coordinati e guidati a livello europeo».
«SERVE UNO IUS CULTURAE». Tuttavia, ha precisato, «più che di ius soli, in Italia avremmo bisogno dello 'ius culturae'. Perché non facciamo una piccola modifica alla Costituzione in modo da poter consentire a chi arriva in Italia di poter fare parte delle forze armate? Questo naturalmente purché abbiano un minimo di requisiti. Bisognerebbe fare come negli Stati Uniti», ha proposto, «dove, se si presta servizio nelle forze armate per un certo periodo, si è agevolati nel conseguimento della cittadinanza».
«KYENGE NEL GOVERNO? UN BENE». «È solo un bene per il nostro Paese che il ministro Kyenge abbia accettato di essere coinvolta nel nostro governo», ha aggiunto. «È l'esempio di una persona che ha fatto un lungo percorso di integrazione e che ha messo la sua esperienza al servizio del Paese».
«LE TRATTE ALIMENTANO IL TERRORISMO». Il ministro ha analizzato la situazione nel Sud del Mediterraneo e ha sottolineato che «il grosso del flusso di immigrati arriva non più solo dalle coste libiche o tunisine, ma anche e soprattutto dall'Egitto». Considerando «che gli scafisti chiedono 3 mila euro a persona per il viaggio della speranza» un barcone può arrivare ad avere «un carico umano del valore di 3 milioni di euro. Questi soldi servono per finanziare non solo le cosche malavitose egiziane, ma anche il terrorismo internazionale. Ecco perché il rischio non riguarda solo l'Italia, ma l'Europa intera».

SUD SUDAN - Lotta per il petrolio dietro agli scontri


Accordo su un cessate il fuoco a Juba. Ma i morti sono 1.000 in 10 giorni. E la furia tra etnie è alimentata dal profumo dei giacimenti di idrocarburi. Su cui allungano i tentacoli Usa e Cina.

Sabato, 28 Dicembre 2013 - In 20 anni di guerra civile, tra il 1983 e il 2005, in Sudan morirono quasi 2 milioni di africani, in larga parte civili. In questa fine 2013, nonostante un’intesa sul cessate il fuoco raggiunta il 27 dicembre, la mattanza potrebbe ripetersi: in soli 11 giorni, dal tentato golpe del 16 dicembre, i morti in Sud Sudan, sono già 1.000.
Le organizzazioni internazionali e i Paesi vicini sanno per esperienza che in questa area di mondo gli scontri tra popoli dilagano rapidamente in bagni di sangue, espandendosi nelle regioni limitrofe. Nel primo conflitto tra il governo centrale e i separatisti del Sud, tra il 1955 e il 1972, ci vollero 500 mila vittime prima che le due parti raggiungessero, grazie alla mediazione dell'Etiopia, l'accordo su una precaria autonomia del Sud dal Nord.
LE DIVIONI ETNICHE E RELIGIOSE. Infine indipendente da Khartoum dal 2011, nella capitale Juba è però ricomparso un vecchio nemico: le divisioni etniche e religiose tra i separatisti dell'Esercito per la liberazione popolare.
Per fermare i massacri, i leader di Kenya ed Etiopia sono volati a Juba il 27 dicembre, per convincere il presidente Salva Kiir, della tribù dei dinka, a venire a più miti consigli con il suo ex compagno di battaglie Riek Machar, della tribù rivale dei nuer, nonché suo vice-presidente. Missione compiuta, formalmente: il governo di Juba si è impegnato per un immediato cessate il fuoco con le milizie legate all'ex vicepresidente Riek Machar.
ONU, CASCHI BLU RADDOPPIATI.  Ma le Nazioni Unite, che nell'arco di 48 ore hanno inviato 6 mila caschi blu di rinforzo ai 6.500 presenti, stimano «oltre un migliaio di morti». E il conflitto, in sole due settimane, si è propagato nella metà dei dieci Stati del Paese.

La pulizia etnica di dinka e nour:  esecuzioni e stupri e fosse comuni


Sin dall'esplosione dei primi scontri tra dinka e nuer, Palazzo di Vetro ha temuto operazioni di pulizia etnica. Come quelle tra hutu contro tutsi che, nel 1994, dilaniarono il Ruanda. L'Alto commissariato per i diritti umani dell'Onu ha denunciato una fossa comune con almeno 75 corpi senza vita nello Stato di Unità e almeno altre due buche piene di cadaveri si troverebbero nello Stato di Juba.
I morti senza nome della prima fossa sarebbero della tribù del presidente Salva Kiir.
PULIZIE ETNICHE BIPARTISAN. Ma secondo altre testimonianze riportate dai media internazionali, nella capitale oltre 200 persone, per lo più di etnia nuer come il vice Machar e i suoi guerriglieri, sarebbero state giustiziate dalle forze regolari. Altri 250 civili sarebbero stati fucilati a Juba, in un'altra esecuzione sommaria.
Stupri di massa e rappresaglie sarebbero in corso, nonostante l'apertura formale al dialogo tra Kiir e Machar, per mano di entrambi le fazioni, con oltre 100 mila rifugiati nel paese e migliaia di cittadini stranieri evacuati dal Sud Sudan.
FINANZIAMENTI A RISCHIO. Gli Usa - finanziatori dei movimenti indipendentisti e decisivi per gli accordi di pace con il Sudan - hanno richiamato all'ordine sia il presidente Kiir, che ha cacciato Machar dall'incarico di vice-presidenza, sia Machar, che si è alleato con altri gruppi ribelli, uscendo dall'orbita istituzionale.
La Casa Bianca, che ha inviato 45 soldati a Juba a presidiare l'ambasciata, ha minacciato il governo del Sud Sudan di «ritirare i tradizionali, robusti finanziamenti» e «agire», inviando in Sud Sudan i marine trasferiti dalla Spagna alla base di Camp Lemonnier, nella Repubblica di Gibuti. Se non ci saranno progressi verso la pace.

Nella corsa al petrolio gli Stati Uniti con Kiir e la Cina con Machar


Ma come sempre non è solo la democrazia che gli Stati Uniti sono pronti a difendere, con i loro uomini e con le missioni internazionali.
Le abbondanti estrazioni dai giacimenti di petrolio sono il pilastro delle economie del Sud Sudan e del Sudan, e sono cruciali per i Paesi limitrofi.
È su queste risorse che, sin dal 1800, si sono concentrate le mire delle potenze colonialiste in lotta per la spartizione dell'Africa, prima ancora che i popoli indigeni iniziassero a litigare per ridisegnare i confini dei loro Stati sovrani.
ALLEANZE SPACCATE NEL PAESE. Alla base dell’appoggio di Washington agli indipendentisti cristiani e animisti del Sud Sudan c’era la volontà di creare una nuova entità statale ricca di risorse, che fosse più malleabile verso l'asse atlantico. Visto che il governo di Khartoum, una volta affrancatosi dalla morsa inglese ed egiziana e prima dell'indipendenza del Sud, aveva stretto legami politici ed economici con la Cina, destinando alla Repubblica popolare oltre la metà del greggio estratto dal Sud.
IL PRESSING DI PECHINO. Non a caso, Pechino ha fatto sapere di avere intenzione di inviare «presto» un delegato a Juba, per influenzare le trattative. Tra gli interlocutori privilegiati della Cina ci sarebbe l'entourage di Machar, già vice presidente dal 2005, quando il Sud Sudan, prima del referendum che ne ha sancito l'indipendenza nel 2011, era una regione autonoma: dunque, ancora legata a doppio filo alle autorità sudanesi.
I dinka a prevalente religione cristiana del presidente Kiir sono la maggiore etnia del Paese. Ma messi insieme contano appena il 20% della popolazione.
LA LOTTA KIIR-MASHAR. Il vice e nemico Machar, nuer di religione e con tradizioni proprie, ha ricompattato le opposizioni critiche verso la corruzione e l'autoritarismo del governo in un esercito parallelo, che ha già occupato alcuni campi petroliferi.
Il capo di Stato accusa l'ex braccio destro di tentato colpo di Stato, mentre Machar si ritiene vittima di una epurazione, per aver annunciato la sua candidatura alle presidenziali del 2015.
Ma le divisioni tra il presidente Kiir e il suo vice Machar, responsabile nel 1991 del massacro di 85 mila civili a Bor, e le divisioni tra le popolazioni che rappresentano, i dinka e i nour, sono di lunga data. Per decenni i protettori inglesi hanno tenuto il nord musulmano diviso dal Sud cristiano del Sudan. E, insieme con belgi e francesi, ne hanno anche alimentato e foraggiato le spaccature.

Barbara Ciolli

sabato 21 dicembre 2013

ITALIA - Il flop dei forconi .... ed i fascisti vanno in vacanza


Alla fine la protesta dei forconi si è sgonfiata da sola e quando entrano in gioco qualunquismo e rigurgiti fascisti, il paese risponde a dovere.

Che la situazione sia seria e grave per gran parte del paese è un fatto incontrovertibile, ma fra il dire ed il fare c'è sempre di mezzo il mare e quando questo mare è torbido e poco chiaro, è difficile coinvolgere la gente purché disperata.

Sta tutto qui l'insuccesso della manifestazione dell’altro ieri organizzata dal movimento dei forconi o del 9 dicembre come lo si voglia chiamare.

Già il movimento si era diviso con una parte del movimento stesso che si era dissociato dalla protesta romana a causa dell'infiltrazione dei fascisti di Casapound e di Forza Nuova (che poi non ha partecipato), ulteriori distanze non annunciate, ma che di fatto si sono verificate ieri, sono state prese dalla maggioranza del popolo della protesta del 9 dicembre.

In buona sostanza ieri a Roma si sono trovati poche migliaia di persone che dopo urla e grida da stadio e da ultras sono stati congedati e inviati a trascorrere le feste natalizie. In Italia è già molto difficile chiamare a manifestare un popolo che si smuove a fatica dalle proprie sedie, se poi le parole d'ordine della protesta sono poco chiare e qualunquiste, non è sufficiente il malcontento della gente e la crisi sta vivendo il paese per far scendere in piazza la gente. Intendiamoci i motivi per scendere in piazza e per protestare ci sono tutti ed anche di più, ma per organizzare una protesta che sia efficace e che possa raggiungere qualche risultato non è sufficiente urlare tutti a casa alla Grillo, ma sono necessarie quanto meno parole d'ordine chiare e non ambigue e soprattutto prive di rigurgiti del passato.

La politica oggi in Italia è lontana dai ceti medio bassi che sono stati dissanguati dalla crisi e dagli interventi del governo e dell'europa, e non si vede uno sbocco chiaro e un movimento o un partito in grado di modificare questo atteggiamento, ma i politici che ci stanno governando sono quelli che il paese ha votato appena 9 mesi fa e quindi è il paese stesso la causa de proprio male.

Che cosa ci si poteva aspettare mandando in parlamento Pdl e Pd e cioè i responsabili della situazione disastrosa in cui versa l'Italia ? O che cosa ci si poteva aspettare da un Movimento, i grillini, guidati da un fascista nell'anima, il cui programma è costituito da una serie di parole d'ordine senza un progetto che le supporti ?

In questi mesi la situazione è peggiorata e non si vedono miglioramenti o sviluppi, i fatti di questi mesi lo confermano.

Il Pdl si è diviso in Forza Italia e Nuovo Centro Destra per non perdere i voti di quei moderati che si erano stancati degli atteggiamenti eversivi del condannato e dei suoi leccapiedi.

Il Pd ha eletto un segretario che come prima mossa presenzia alla presentazione del libro annuale di Bruno Vespa, un servo della destra che sfrutta il servizio pubblico della Rai per le sue schifezze editoriali.

 Il M5S è stretto nelle grinfie del duo Grillo-Casaleggio ed oltre a salure sui tetti o restituire qualche milione di euro (bel gesto comunque), dopo essersi tirato in dietro dal diventare protagonista di un possibile cambiamento, non sa fare altro.

 Insomma o motivi di una rivoluzione ci sarebbero tutti, ma per fare una rivoluzione è necessario anche avere idee su cosa fare dopo che la rivoluzione ha avuto successo e l'Italia non è mai stata capace da sola di organizzare e fare una rivoluzione.

ANTIPOLITICO

lunedì 16 dicembre 2013

ITALIA - 1 minore su 10 vive in povertà assoluta


Save the Children: stretta relazione fra povertà e bassi livelli di istruzione, competenze, salute

Roma, 10 dic. - Condizioni sempre più drammatiche dei minori in Italia. Oltre 1 milione in povertà assoluta (+30%) pari a 1 minore su 10; 1 milione e 344 mila in condizioni di disagio abitativo; 650.000 in comuni in default o sull'orlo del fallimento; -138 euro al mese il taglio dei consumi nelle famiglie con bambini; appena 11 euro il budget familiare mensile per libri e scuola e 23 euro per tempo libero, cultura e giochi. E' la fotografia scattata dal "Quarto Atlante dell'Infanzia (a rischio)" di Save the Children che sottolinea la stretta relazione fra povertà e bassi livelli di istruzione, competenze, salute, opportunità di bambini e ragazzi.

Una tenaglia di povertà e deprivazione che giorno dopo giorno stringe ai fianchi sempre più bambini e adolescenti, costringendoli a vivere un presente con pochissimo "ossigeno": cibo al discount, pochi o nessun libro, scuola solo la mattina senza neanche un'ora in più per attività di svago e socializzazione, e poi a casa, in uno spazio piccolo e soffocante, nient'altro da fare nel tempo libero perché non ci sono soldi e gli aiuti che arrivano dai servizi sociali se ci sono, sono pochi, perché il Comune è in default.

Il 22,2% di ragazzini è in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità: il cibo buono costa e le famiglie con figli hanno ridotto i consumi e gli acquisti (-138 euro in media al mese), anche alimentari; 1 bambino su 3 non può permettersi un apparecchio per i denti. 11 euro mensili il budget delle famiglie più disagiate con minori, per libri e scuola, una cifra 20 volte inferiore a quella del 10% delle famiglie più ricche; sui 24 paesi Ocse, Italia ultima per competenze linguistiche e matematiche nella popolazione 16-64 anni e per investimenti in istruzione: +0,5% a fronte di un aumento medio del 62% negli altri paesi europei (Ocse); sono 758.000 gli early school leavers (1) e oltre 1 milione i giovani disoccupati.

Tra il 2007 e il 2012, la spesa media mensile dei nuclei con bambini si è ridotta di 138 euro (pari al 4,6%), quasi il doppio rispetto a quanto accaduto sul totale delle famiglie. I tagli sono andati a colpire soprattutto l'abbigliamento, i mobili e elettrodomestici, la cultura, il tempo libero e i giochi: quelli più consistenti si registrano al Sud e al Centro (rispettivamente - 2,56 e 1,82) per quanto riguarda il vestiario, al Nord per la sanità (-0,66%) e nuovamente nel Mezzogiorno per il tempo libero e la cultura (-0,90 punti percentuali). Per quanto riguarda la spesa alimentare, nel 2012 il 66% di famiglie con figli - ovvero ben 4 milioni 400 mila nuclei familiari con prole - ha ridotto la qualità/quantità della spesa per almeno un genere alimentare.

Inoltre, sono oltre 650 mila i minori che vivono in comuni completamente falliti (72) o sull'orlo della bancarotta (52). Amministrazioni costrette ad alzare al massimo le tasse per le prestazioni fondamentali o anche a ridurre alcuni servizi cruciali, come si evince dal calo (-0,5%) - per la prima volta dal 2004 - di bambini iscritti agli asili comunali nel 2011-2012.

Dal 2007 al 2012 i minori in povertà assoluta sono più che raddoppiati, passando da meno di 500 mila a più di un milione. Solo nel 2012, il loro numero è cresciuto del 30% rispetto all'anno precedente, con un vero e proprio boom al Nord (+ 166 mila minori, per un incremento del 43% rispetto al 2011) e al Centro (+41%). Il Sud già fortemente impoverito ha conosciuto un aumento relativamente più contenuto (+20%) e raggiunto la quota stratosferica di mezzo milione di minori nella trappola della povertà.

Ma chi sono i bambini che non hanno il necessario per una vita dignitosa? Sono i figli di genitori disoccupati (+8,5% il tasso di povertà assoluta nelle famiglie senza occupati), oppure monoreddito ( +3,1% l'escalation della povertà), o ancora bambini i cui genitori hanno un livello d'istruzione basso. Fra i nuclei familiari con capo-famiglia privo di titolo di studio, l'incidenza della povertà assoluta è stata del 3,1%.

domenica 15 dicembre 2013

UE – Gli smemorati di Berlino


La Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri Paesi europei, è andata in default due volte in un secolo e le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per consentirle di riprendersi. Fra i Paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera, e l’Italia. 

Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita. L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco. Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar. Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi Paesi. L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)

La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.

Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 Paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.

Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.

Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni. E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo Paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale? La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania. Eppure… Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esigito?

Roberto Schena

sabato 14 dicembre 2013

ITALIA - Così la buona politica può disinnescare il populismo dei Forconi


Da troppo tempo il sistema politico italiano, l’odiosa Casta autoreferenziale e clientelare, gioca in difesa, incapace di produrre proposte veramente innovative agli Italiani: istruzione, fisco, sanità, giustizia, pensioni, lavoro rantolano in cerca di una boccata d’ossigeno, negata dalla mancanza di idee coraggiose.

STESSI PROBLEMI
I problemi che ci affliggono oggi sono sempre gli stessi di ieri, magari un po’ peggiorati, ma il vero rischio è che rappresentino anche le incognite di domani, in un continuo rinvio all’insegna del mantenimento dello status quo e del “non si può fare”: il tempo a disposizione del Paese è ormai scaduto, ora si devono intraprendere nuove strade, abbandonare modelli datati e convinzioni consolidate; in una parola assumersi la responsabilità di correre qualche rischio, agendo con coraggio e fantasia.

UNA PROTESTA CAOTICA
Le manifestazioni che in questi ultimi giorni stanno interessando l’Italia e che sono sfociate nei violenti scontri di Torino tratteggiano una protesta caotica, all’insegna dell’esasperazione per il perdurare di una crisi costellata di suicidi, debiti, timore di non poter più dar da mangiare ai propri figli. È il ceto medio degli artigiani, dei commercianti, dei trasportatori, dei piccoli imprenditori che è sceso in piazza a gridare il proprio disagio; ridotto allo stremo da tasse ed eccesso di burocrazia, si rivolta contro una Casta politica che, pur di espandere la propria ingerenza ovunque, ha mancato al suo compito principale: far funzionare le strutture basilari dello Stato.

UN DISAGIO COLLETTIVO
La protesta «Fermiamo l’Italia» è iniziata lunedì scorso e, complici l’assenza ed il disinteresse del sistema e delle forze sociali, si è subito caratterizzata per momenti di ordinaria follia, inammissibili ed ingiustificabili, dietro ai quali però si intravede, per meglio dire si percepisce, l’estremizzazione di un disagio collettivo: «Ci hanno accompagnato alla fame, hanno distrutto l’identità di un Paese, hanno annientato il futuro di intere generazioni (..) contro il Far West della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli Italiani (..) per riprenderci la sovranità popolare e monetaria» si legge sui volantini distribuiti a Milano.

VICINI AL TRACOLLO
Proclami all’insegna del populismo, la cui pericolosità deriva dal contesto esterno: una sensazione di vuoto allo stomaco fatta di banche che non danno più credito a famiglie e imprese, di disperazione dei pensionati, di un’economia che non regge più, ad un passo dal tracollo, del dilagare del clientelismo, dello svilimento della democrazia, di piazze in fiamme come in Grecia.
Gli Italiani scesi in piazza in questi giorni mal sopportano una politica ossessionata dalle imposte piuttosto che dalla necessità di produrre occupazione, dimostrandosi pronti a riversare sulla Casta lamentele e problematiche economiche mediate dalla crisi, circostanza che ripropone prepotentemente la necessità di tracciare una nuova e ben più responsabile rotta per il Paese, nell’intento di affrancarlo dalla palude della recessione.

COME PORRE RIMEDIO
Ritorno alla solidarietà, anche generazionale, equa distribuzione delle risorse, centralità del lavoro, programmazione di medio e lungo periodo devono essere i criteri a cui informarsi per ridare credibilità all’Italia, ricalibrando in maniera trasparente ed equa ciò che compete o meno allo Stato: ridurre costi ed ingerenze della Casta congiuntamente ad una più generale (e sostanziale) revisione della spesa pubblica sono i primi ed indifferibili passi da compiere per limitare l’attuale uso clientelare della politica.

Fabio Angioletti

ITALIA - Ed ora per il tresette il tavolo è completo


Due fascisti, un pregiudicato, un ex democristiano travestito da uomo di sinistra, l'Italia è in mano a questi personaggi che se la giocheranno come in una partita a carte, rimane solo da stabilire quali saranno le coppie. Fra loro alcuni punti in comune in maniera trasversale che porta ad unire il fascista leghista al fascista comico (son contrari all'europa ed ai sindacati entrambi, poi il comico per altri versi è simile al condannato (ultimamente si fanno l'occhiolino su Napolitano e sulla illegittimità dei parlamentari eletti con il premio di maggioranza e non su tutti come sarebbe più logico), infine il condannato è legato con un filo sottile al nuovo segretario del Pd, il fonzie nazionale (cenano insieme, telefonate di congratulazioni, entrambi hanno frequentazioni discutibili per racimolare fondi).

Questo è il panorama politico che ci aspetta nei prossimi mesi e che vedrà il dibattito politico districarsi fra le volgarità dei primi due, le esternazioni del condannato che come un animale ferito tenta di creare caos fra le istituzioni, ed il bello e pulito che fa il piccolo dittatore ma senza usare parolacce e sfoderando la tipica ironia toscana ... ops pardon fiorentina. Si perchè per coloro che non lo sapessere se ad un fiorentino domandate: "Ma tu sei toscano ?" .. Lui 99 su 100 vi risponderà: "No io sono di Firenze". Tipica boriosità dei cittadini del capoluogo della regione toscana.

Con l'ultimo arrivato i presupposti per chiudere definitivamente il discorso del Partito Democratico come partito di sinistra ci sono tutti, a partire dal risultato delle primarie. La scelta di aprire l'elezione del segretario del partito a chiunque e non solo agli iscritti è stato un espediente per evitare la figuraccia in termini di numero di votanti.

Nonostante questo strattagemma il risultato, qualunque cosa ne dica il popolo del Pd, è stato deludente ed in continua decrescita dalla eprime primarie che videro quasi 5 milioni di partecipanti. Indipendentemente poi dal numero dei votanti, rimane l'incognita di chi siano stato questi votanti e di quale provenienza politica.

La scelta poi è caduta sulla figura più vicina alle altre tre: grande comunicatore, grande imbonitore di folle, grande venditore di fumo. Certo ora che si trova a gestire un partito di governo magari si rivelerà un grande politico ed un grande stratega, dopo i tanti discorsi ora è il momento dei fatti e vedremo quali saranno questi fatti. Per il momento i presupposti sono deludenti e di certo il quadro politico con Renzi subirà uno spostamento a destra non indifferente tanto da sovrapporsi ancora di più con il centro destra vecchi e nuovo.

Le prospettive non sono buone ed anche il rinnovamento anagrafico della direzione speriamo che non provochi gli stessi risultati di quelli ottenuto da Movimento 5 stelle, un disastro assoluto causa spesso incompetenza e impreparazione politica.

Antipolitico

UE - GIOCHI DI POTERE: Angela Merkel, Vladimir Putin e un legame indissolubile

 

La cancelliera fa la voce grossa sull'Ucraina. Ma l'intesa con lo zar è forte. Per gli interessi economici miliardari. Allarme della Bild: Mosca ha schierato missili atomici al confine con l’UE

Sabato, 14 Dicembre 2013 - Sono la coppia più unita del continente, anche se non vogliono sbandierarlo troppo ai quattro venti.
A dire il vero non si amano, ma il loro legame si basa sul pragmatismo politico ed economico che unisce i Paesi che in questo momento rappresentano.
Vladimir Putin e Angela Merkel, rispettivamente l’uomo e la donna più potenti del mondo, guidano due nazioni che negli ultimi 20 anni sono passate dalle divisioni della Guerra fredda a una già solida partnership destinata a diventare sempre più stretta.
MERKEL SULLA SCIA DI KOHL. L’asse Mosca-Berlino può fare ricordare tempi bui e, anche se Vova e Angie non sono Stalin e Hitler, è meglio che il rapporto passi inosservato. Soprattutto in casa tedesca, dove - come un po’ in tutto l’Occidente - l’inquilino del Cremlino non gode di una fama impeccabile, a ragione o a torto.
Il punto è che Frau Merkel continua a calcare il solco tracciato prima dal suo mentore Helmut Kohl e poi da Gerhard Schröder, i cancellieri tedeschi che dal 1991 hanno sviluppato le relazioni con la Russia anche attraverso rapporti personali da Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin a Putin.
UNA COOPERAZIONE STRATEGICA. Germania e Russia sono legate in modo strategico e la cooperazione economica - in particolare nel settore energetico - è il binario più evidente.
Berlino è il terzo partner commerciale per Mosca a livello mondiale e nel solo 2012 imprese tedesche hanno investito nella Federazione russa per oltre 25 miliardi di euro. I tubi del Nordstream, il gasdotto targato Gazprom che passa sotto il Mar Baltico aggirando la Polonia e per questo ai tempi della realizzazione ha sollevato a Varsavia i fantasmi del patto Molotov-Ribbentropp, unisce dal 2011 i due Paesi ancora più di prima. Ma molto deve ancora venire.
Il nuovo governo tedesco di Angela Merkel ha infatti messo nero su bianco nel proprio programma di coalizione che i rapporti con la Russia devono essere approfonditi e allargati.
COLLABORAZIONE IN MATERIA DI SICUREZZA. Nel Koalitionsvertrag (il contratto sottoscritto da Cdu, Csu e Spd, in cui sono raccolte le linee guida per i prossimi quattro anni) un capitolo extra è dedicato alla questione. Oltre a un richiamo formale e politicamente corretto sul fatto che la Germania si aspetta dalla Russia il rispetto degli standard democratici, un passaggio essenziale è inoltre quello della collaborazione più stretta nella politica estera e di sicurezza.
Dettaglio non di poco conto, se si calcola che nel passato recente Kanzleramt e Cremlino, indipendentemente dai loro inquilini, si sono già trovati spesso sulle stesse posizioni, dal no alla guerra in Iraq a quello in Libia e in Siria, per finire al recente Datagate, caso che ha fatto scendere le quotazioni delle relazioni transatlantiche.

Il doppiogiochismo di Berlino


Non si tratta certo di una Ostpolitik che degrada le relazioni con gli Stati Uniti, che rimangono in ogni caso un perno per Berlino, ma è evidente che la Germania dopo il crollo del Muro e della Cortina di ferro si è emancipata, prendendo strade che a Washington non sono certo condivise.
Nonostante l’apparenza e la voce grossa di rito che la cancelliera ha fatto nel caso ucraino, sottolineando le ingerenze russe a Kiev nel tentativo di bloccare l’Accordo di associazione (Aa) con l’Ue, in realtà la Germania sembra condurre un doppio gioco destinato alla fine a non irritare troppo Mosca.
IL VETO SU TYMOSHENKO. La linea irremovibile sul caso Tymoshenko che l’Unione a portato avanti sino allo schianto del vertice di Vilnius è stata farina della signora Merkel.
Mentre alti Paesi, come la Polonia, sarebbero stati disposti a un compromesso, siglando l’intesa anche con l’eroina della Rivoluzione arancione dietro le sbarre, la Germania ha imposto il veto. Senza la scarcerazione di Tymoshenko, niente intesa.
SITUAZIONE FLUIDA. Dopo la richiesta di 20 miliardi di euro fatta dal premier ucraino per arrivare alla sottoscrizione dell’Accordo sono state le voci tedesche a respingere per prime l’offerta.
La Germania non vuole in sostanza ritrovarsi a pagare ora o nel futuro il conto ucraino. Gli ultimi sviluppi convulsi tra Kiev, Bruxelles e Mosca, dove il presidente ucraino Victor Yanukovich è pronto a recarsi martedì 17 dicembre, rendono possibile qualsiasi soluzione.
L'INCOGNITA STEINMEIER. Se ora pare che Ucraina e Ue si siano accordate per una road map che porti alla firma dell’Aa il prossimo anno, anche se ci sono ancora molti punti interrogativi a partire proprio dal destino dell’ex premier incarcerata, resta da vedere come si comporterà il nuovo governo tedesco di Angela Merkel, con il nuovo probabile ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier, molto vicino all’ex cancelliere Schröder che a sua tempo aveva definito l’amico Putin un «vero democratico».
Berlino, che già nel 2008 aveva bloccato l’entrata dell’Ucraina nella Nato, potrebbe in fondo trovare il modo di fare ancora un favore a Mosca, oltre che a se stessa.

Stefano Grazioli

domenica 1 dicembre 2013

ITALIA - Il peccato originale del Pd? Non fare i conti con Craxi


Un saggio dello storico Gervasoni spiega come gli eredi del comunismo cerchino di scippare il patrimonio del socialismo italiano. Dopo averlo demonizzato

A meno di non raccontarci la favola della maledizione che graverebbe sulla sinistra italiana, bisognerà pur trovare una ragione del perché in tutto questo lungo dopoguerra, per quanto si sia considerata come la meglio sinistra del Vecchio Continente, essa non sia mai riuscita ad esprimere una premiership, tanto meno abbia conquistato la maggioranza di governo.

E non è tutto. Alla fine di una corsa durata più di un secolo, non sarà un caso che essa si veda oggi costretta a consegnare il testimone a ben due eredi - Renzi e Letta - del cattolicesimo democratico, suo storico antagonista. Un bilancio così magro esigerebbe, quanto meno, una revisione critica dei passaggi cruciali che hanno preparato un esito tanto infausto.
Viceversa pressoché nessuno dei caposaldi della sua cultura tradizionale è stato rimesso apertamente in discussione. Pur di salvaguardare una continuità fittizia tra un presente democratico e un passato comunista difficilmente conciliabili, ha proceduto a un'opera sistematica di rimozione di tutto quanto le risultava troppo imbarazzante per poter essere conservato, procedendo al contempo a una spavalda riappropriazione dal patrimonio altrui di quanto serviva per un efficace candeggio delle macchie accumulate e per un riciclaggio veloce del suo gruppo dirigente.
A ben guardare, il salto acrobatico dalla vecchia identità comunista alla nuova identità democratica è stato imposto dalla necessità di scavalcare a piè pari, e senza pagare dazio, l'ingombro rappresentato dalla tradizione socialista colpevole di aver costituito un'insopportabile spina nel fianco a chi si intestardiva a proporre una via nazionale al socialismo senza chiudere i conti col socialismo reale.
Il precipitato di questa tenace contrarietà a dar ragione a chi ha avuto la colpa di aver avuto ragione troppo presto è rappresentato dall'interdetto comminato a tutto quanto richiami, di dritto o di rovescio, la tradizione socialista: dal termine stesso socialista, ridotto a qualifica infamante, sino alle sue battaglie più qualificanti e alle sue intuizioni più innovative.
Cerca meritoriamente di ricostruire la storia della stagione più infuocata e decisiva dell'ininterrotto duello combattuto tra socialisti e comunisti Marco Gervasoni nel suo nuovo libro: La guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal '68 a Tangentopoli (Marsilio, pagg. 197, euro 19). Gervasoni analizza, passo dopo passo, il dispiegarsi della sfida finale che decide delle sorti della sinistra italiana. S'è detto sfida finale perché essa non è certo sorta dal nulla ma ha coronato una divisione che, tra alterne vicende, va fatta risalire direttamente alla scissione di Livorno del 1921. In quel frangente si consumò la rottura sul tema del destino del capitalismo e sui compiti che spettano alla sinistra per assicurare al proprio paese un futuro di progresso. Da allora si è combattuta un'ininterrotta partita che giunge a conclusione solo negli anni Ottanta del secolo appena concluso. Non matura per caso in quel decennio. Ne propiziano le condizioni da un lato la crisi terminale del comunismo sovietico, dall'altro il passaggio della società occidentale, Italia compresa, alla fase postindustriale della sua storia. La sinistra è stata posta allora di fronte alla sfida di adeguare analisi e progetti ai nuovi scenari.
Chi resta prigioniero delle passioni suscitate dallo scontro mortale che ha investito socialisti e comunisti può trovare validi argomenti per sostenere le ragioni della propria parte politica e corroborare in tal modo un'identità altrimenti traballante. Può per questa strada esser tentato, come i più a sinistra continuano del resto a fare, di ridurre sbrigativamente - e consolatoriamente - la faccenda a una questione di tradimento e di coerenza, di moralità e di immoralità, di difesa e di abbandono di irrinunciabili posizioni, con Craxi nella parte del diavolo e Berlinguer in quella del santo, con il primo relegato nel girone infernale dei reietti e il secondo innalzato nel paradiso degli incorrotti. Tutti i principali passaggi politici di quegli anni diventano allora le stazioni dolorose di un percorso maledetto intrapreso da un «bandito» - parola del consigliere più stretto di Berlinguer, Antonio Tatò - verso un approdo di destra, un gangster - così il leader socialista venne qualificato su Tango da Michele Serra - che, pur di sviluppare un affondo contro chi - il Pci - si ergeva a baluardo delle «istituzioni e delle assemblee elettive» apriva la via perigliosa della «delegittimazione del sistema rappresentativo» (attraverso una sistematica opera di «spartizione e di lottizzazione dello Stato»), del presidenzialismo (punto di forza della Grande Riforma craxiana), dell'attacco alle conquiste del movimento operaio (in seguito al taglio di quattro punti della scala mobile) candidandosi a divenire l'apripista di Berlusconi e del berlusconismo.
Ci si può consolare ad una siffatta ricostruzione moralistica di comodo oppure, come ha fatto Gervasoni, si può cercare di capire come sia stato possibile alla sinistra italiana perdere un'altra volta l'appuntamento con la storia e intestardirsi a scommettere sull'ipotesi di «una crisi storica del capitalismo», sostenere la «qualitativa differenza» tra Paesi capitalisti e Paesi del socialismo reale, la perdurante attualità del leninismo a fronte del fallimento della socialdemocrazia. La sfida lanciata da Craxi potrà apparire temeraria, costellata da gravi errori, condotta anche con mezzi impropri (vedi l'instaurazione di una pratica tangentizia e di un sistema spartitorio) ma è difficile non convenire che fosse nel segno della storia, di quella storia di cui viceversa era sempre stato il Pci ad essere convinto di rappresentare «il portatore privilegiato della interpretazione corretta».

Roberto Chiarini

ITALIA - Essere (discorso di Mauro Del Bue al Congresso di Venezia del PSI)


30 novembre 2013 alle ore 11.18 - Siamo qui per risolvere il famoso dilemma di Amleto. Siamo qui per essere, per vivere, e progettare il futuro. Ma per essere dobbiamo potere affermare la nostra diversità. Come nel febbraio del 1957 proprio a Venezia, il PSI di Nenni sviluppò la sua autonomia politica, così oggi, ancora da Venezia, noi affermiamo la nostra volontà di esistere, cioè di fare, non per testardaggine o per abitudine, ma perché il nostro spazio non si è esaurito. Anzi pare oggi dischiudersi sia pure in forme nuove.

La nostra proposta congressuale è l'unità dei socialisti europei, la presentazione di un'unica lista alle prossime elezioni europee. Questo è il tratto unificante delle tre mozioni, che invece si differenziano sul come essere socialisti in Italia e sul apporto col governo Letta. Francamente non penso che Pd e Sel accoglieranno la nostra proposta di unire le forze con un'unica lista del socialismo europeo alle prossime elezioni, anche se con noi voteranno Martin Schulz al vertice della Commissione.
 
È ben strano che il più piccolo dei partiti proponga l'unità ai più grandi e questi ultimi siano gelosi della loro indipendenza. Vuol dire che i più grandi hanno paura di assumere l'identità del più piccolo, l'unico che l'identità ce l'ha.
 
Si può essere piccoli numericamente ma grandi per identità, si può essere grandi numericamente, ma piccoli, divisi, incerti e deboli perché privi di identità. Il Pd si è accorto finalmente che esiste l'Europa e che si deve fare una scelta di allineamento con essa. Peccato che non se ne sia accorto al momento della sua nascita e durante questi anni. Se oggi se n'è finalmente reso conto e sceglie il campo socialista, questa la dobbiamo considerare una vittoria, una nostra vittoria, visto che a quest'approdo noi lo abbiamo richiamato, stimolato, incoraggiato e indotto anche con la nostra iniziativa critica. E ciò riguarda anche Sel che ha chiesto l'adesione al socialismo europeo, dopo lunghe e travagliate riflessioni.
S'apre per noi alla luce di questa novità una nuova, vecchia questione. Essere solo socialisti europei e dunque dichiarare chiusa la nostra esperienza nel momento in cui altri sono ormai avviati a divenire quel che siamo sempre stati o continuare a essere, perché non siamo solo socialisti europei, ma anche e soprattuto socialisti italiani ed è col socialismo italiano che costoro dovrebbero confrontarsi

La nostra scelta è chiara.
Noi siamo stati socialisti liberali. Io lo sono più che mai ancora oggi e credo che tra noi e gli altri partiti della sinistra restino almeno quattro questioni ancora non risolte, rispetto alle quali non è venuta meno la nostra diversità, rispetto alle quali non vale la nostra omologazione, quattro questioni richiamate nella nostra mozione e solo in essa, sulle quali concentro il mio intervento.

La prima riguarda il giudizio su questo ventennio che noi abbiamo definito seconda repubblica mai nata e che abbiamo anche processato e condannato in quella iniziativa che mi sono permesso di proporre e che il partito ha splendidamente organizzato a Roma. Sono stati vent'anni neri, di decadenza politica, economica e anche morale. Ebbene di questo noi non sentiamo alcuna responsabilità e dal banco degli accusati a cui una giustizia di parte ci aveva relegati alla metà degli anni novanta, ci dobbiamo trasferire sul banco degli accusatori. Con coraggio, senza tentennare, senza esitare. Chiedere di dar conto del perché il debito pubblico che quando Craxi scese dal governo era all'86 per cento del Pil, ed era tanto, forse troppo perchè non si era tagliato abbastanza, sia poi arrivato oggi al 133, sottolineare come la crescita che negli anni ottanta era il doppio di quella europea è poi divenuta negli ultimi vent'anni meno della metà, con una recessione che sembra non finire mai tanto che quando noi parlavamo di nuove povertà avevamo in mente un paese che quelle vecchie stava ormai superando mentre oggi siamo tornati al primum vivere, alla difficoltà di sopravvivere, alla povertà di vecchio stampo, pretendere le ragioni di una politica di asservimento acritico all'Europa, quando semmai sarebbe stato utile una classe dirigente con lo spirito di Sigonella, ostinata a difendere l'interesse nazionale e a pretendere se necessario anche la ricontrattazione dei parametri di Mastricht. Giudicare il ventennio della speranza smarrita per le nuove generazioni con oltre il 40 per cento di disoccupati, con la democrazia in soffitta, con il Parlamento dei nominati, i listini regionali dei raccomandati, popolato da finte igieniste dentali e da consiglieri specializzati in gite turistiche e hotel di lusso con cene a base di ostriche e champagne, con tesorieri che rubano nelle casse dei loro partiti e partiti che rubano la libertà ai loro iscritti. Il ventennio del dipietrismo col suo vate ispiratore scopertosi abile immobiliarista e ricco proprietario mentre noi senza soldi e potere e animati solo dalla nostra passione ci siamo rintanati nei sottoscala dei condomini di periferia per continuare a fare politica. ll ventennio del falso bipolarismo. Un bipolarismo in cui sono costretti a collocarsi i partiti italiani e che si sfalda sempre il giorno dopo le elezioni. Il bipolarismo truffa perchè si presenta in un modo agli elettori e in un altro in Parlamento. Un bipolarismo che è in default sia nella forma bastarda, italiana, sia nella forma classica di stampo europeo, soprattuto a causa della crisi che ha partorito dal suo seno forti movimenti di contestazione di destra, di sinistra e senza collocazione, che rendono meno distanti i partiti socialisti e popolari di quanto non lo siano entrambi da questi movimenti di contestazione radicale. Questo ventennio che appartiene anche al Pd, non ci appartiene. E prima si concluderà e più saremo contenti, non solo per noi, ma soprattuto per l'Italia. Il ventennio dei manager di stato più pagati, altro che stipendi dei parlamentari, sui quali si sono concentrati giornalisti o disinformati o in malafede. Il sistema politico italiano sta crollando. sta crollano per intero dopo la scissione di Alfano, e i singolari analoghi sussulti della parte opposta. Tenteranno una legge elettorale per rimetterlo in piedi. Non credo per quel poco che possiamo fare, che dobbiamo agevolarli.
Alla denuncia la proposta. Dobbiamo voltare pagina. Al più presto e in modo netto. Occorre un vero e proprio piano di risanamento e di rilancio di un paese in ginocchio, varare una nuova legge elettorale che io auspico dunque proporzionale di stampo tedesco e un rafforzamento del presidente, con partiti identitari di carattere europeo, con una proposta di unità politica ed economica dell'Europa non più schiava del folle rigore che scambia gli investimenti per spese e con banche al servizio delle imprese, con tasse ridotte sulle imprese e sul lavoro. Con gli Stati uniti d'Europa, del quale Turati parlò per primo nel 1929, non solo con la moneta unica d'Europa, e con una classe politica certo giovane ma anche nuova nel modo di fare politica, non schiava dell'umore popolare e dei sondaggi. Una classe politica che sappia togliersi le ragnatele, la ruggine, e anche scontare finalmente quella condanna senza scampo che alla politica ha decretato la gente comune. Noi non sogniamo un impossibile, ritorno al passato. Ma l'avvio di una nuova repubblica, chiamiamola terza, che si sposi con i nostri interessi nazionali.

Poi c'è un secondo versante che riguarda la libertà. Noi non possiamo delegare la libertà a un popolo che si è affidato a un partito senza libertà. Nè possiamo accettare una sinistra che si è dimenticata delle libertà perché le considera di destra. In questo ventennio ha sostenuto e orientato lo scontro politico un duplice conflitto d'interesse. Quello di Berlusconi che ha mischiato politica e informazione, quello dei magistrati che hanno mischiato politica e giustizia. due conflitti d'interesse noi possiamo combatterli, siamo gli unici, assieme ai compagni radicali, che li possono combattere entrambi. Questo duplice conflitto d'interesse ha giustificato questo bipolarismo. Con una destra che ha visto solo il conflitto della magistratura e con una sinistra che ha visto solo quello di Berlusconi. Per di più quando hanno reciprocamente governato non hanno saputo e voluto risolvere il conflitto opposto. Quando ha governato il centro-destra non è stata varata alcuna riforma organica della giustizia, quando ha governato il centro-sinistra non si è partorita alcuna legge sul conflitto d'interesse d Berlusconi, come se il bipolarismo italiano vivesse di questa duplice illegalità, e da questa sola traesse la sua legittimazione.
Noi invitiamo il Pd ad aderire ai referendum radicali sulla giustizia, a smetterla di tentennare, di pasticciare, di traccheggiare. Sono referendum di libertà. Perché finalmente i magistrati, come noi per primi proponemmo nel 1987, vengano sottoposti al principio di responsabilità, perché la si finisca con l'applicazione illegale della carcerazione preventiva, perché l'Italia non resti l'unico paese ove non esiste la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti. L'unico precedente, ce lo ha ricordato Angelo Panebianco, è stato il Portogallo di Salazar. Un'Italia dunque salazariana in tema di giustizia e per di più richiamata e sanzionata piu volte dall'Europa. Il complesso di Berlusconi non può essere l'eterno alibi per rifiutarsi di guardare in faccia la verità. E per non combattere battaglie di garanzia per tutti i cittadini.
Noi dobbiamo ringraziare Enrico Buemi per le posizioni assunte sulla vicenda della decadenza di Berlusconi al Senato, sulla questione del voto segreto e anche sulla legge attorno ai presunti reati di negazionismo. I principi della tolleranza e del rispetto delle leggi e delle normative deve essere applicato anche a fronte degli avversari e delle teorie più ingiustificate e assurde. E così sul caso Cancellieri il partito, e in primis Riccardo Nencini, ha fatto bene ad esprimere una posizione contraria alle dimissioni. Sfidando le ire dei dimissionisti di professione, del giornale delle Procure "Il fatto quotidiano" (caso Tortora) e di Marco Travaglio, dal cui volto non traspare mai un minino cenno di umanità, di pietà, di tolleranza. Ma solo un sorriso acido e compiaciuto. E basta, compagni amici, del Pd con quella continuo ritornello che le sentenze non si giudicano, non si commentano. Pensate se avessimo fatto tutti così con Enzo Tortora. Riprendete la parola, esponetevi con noi in battaglie di libertà.

I tre candidati alla guida del Pd hanno svolto parte delle primarie sulla decadenza della Cancelleiri. Luigi Manconi ha dichiarato che la posizione dei dimissionisti rappresenta una deriva della sinistra, l'azzeramento di diritti e valori, l'assecondamento alle pulsioni piu basse, all'urlo feroce". Ci ha pensato Letta a dimostrare ai gruppi parlamentari del Pd che due più due fa quattro. Era molto complicato prevedere che un voto contrario a un ministro del suo governo era un voto contro il suo governo? Evidentemente era molto difficile. Così hanno scoperto l'uovo di Colombo o uovo di Letta e cioè che un partito di maggioranza non può votare una sfiducia a un ministro di un governo di cui fa parte. Sembra di essere su Marte.
I dimissionisti di professione hanno accusato il ministro di aver telefonato troppo, naturalmente senza porsi il problema dei motivi per i quali alcune telefonate siano state intercettate e diffuse sulla stampa. Gli stessi ritengono che il ministro avrebbe dovuto staccare il telefono, punto e basta. Oppure comprare tanti gettoni quanti sono i carcerati e telefonare a tutti. Secondo altri, prevalentemente renziani, avrebbe dovuto fare un sondaggio e chiedere a quanto ammontava il consenso alla segreteria del Pd se il candidato avesse risposto in un senso o in un altro. Poi anche verificare se per caso il ministro avesse votato Renzi alle primarie e anche nel caso fosse stato raggiunto da avviso di garanzia assolverlo e invece condannarlo nel caso avesse per Cuperlo. Secondo altri ancora, prevalentemente del Pdl, avrebbe dovuto chiamare un consigliere regionale, affidarle la delicata e spinosa questione, d’altronde anche la persona in oggetto era una nipote, ma di Ligresti, e poi chiamare personalmente la guardia carceraria. Così l’equazione con Berlusconi era completa.

Il giornale delle Procure Il Fatto quotidiano ha anche chiesto le dimissioni di Nichi Vendola, per via di una risata telefonica, forse non di gusto eccellente, ma pur sempre una risata. Possibile che costoro siano così presi dal loro furore come se fossero novelli soldati della Santa Inquisizione? Penso però che Vendola debba applicare le sue licenze telefoniche ingiustamente registrate e illegittimamente fatte pubblicare sui giornali, non solo a se stesso ma anche agli altri. Come facciamo noi che siamo tanto, forse anche troppo, discreti, ma difendiamo anche chi non lo è.

Un terzo versante è ancora rappresentato dalla laicità, dalla concezione dello stato che non può mai essere etico, fautore di principi non condivisi e imposti ad altri. Questo vale ancora per la questione riferita al fine vita ed un sincero, imperituro affetto noi dobbiamo esprimere ancora al nostro compagno Beppino Englaro per la sua battaglia che non è stata vinta, sulle leggi che riguardano le coppie di fatto, la fecondazione assistita, ma anche il principio dello ius soli, a fronte dei drammi della popolazione immigrata, delle continue Lampeduse che torturano le nostre coscienze, richiamate come vergogna da Papa Bergoglio. Basta con timidezze e assurde mediazioni. Su queste materie, sulla libertà, i diritti, la laicità noi incontriamo sulla nostra strada ancora i compagni radicali, i vecchi compagni di sempre coi quali non possiamo evitare di confrontarci e di accordarci perché in fondo rappresentano una parte della nostra storia. E chi vede in questo una contraddizione con la strategia di realizzare una forza italiana del socialismo europeo, abdica alla nostra diversità di socialisti italiani, alla nostra storia di socialisti riformisti e liberali. Non ci potranno annullare nel socialismo europeo, perché noi siamo quel che siamo stati e quel che vogliamo continuare ad essere oggi. Socialisti in Italia, con la nostra storia, le nostre convinzioni, il nostro ineludibile aggancio del socialismo con le libertà.

Una quarta diversità, diciamo cosi di comportamento, riguarda la coerenza con la cultura del riformismo. Che è anche capacità di remare contro corrente, di sfidare spesso l'umore popolare. La politica riformista non la si fa con i sondaggi, ma con le idee, che possono trasformare i risultati dei sondaggi. Penso che nessuno dei leader di oggi avrebbe avuto il coraggio di sfidare e poi riformare i sondaggi ai tempi del taglio della scala mobile. Glielo avrebbero sconsigliato i Mannaheimer di turno. Oggi pare che il Pd sia ancora schiavo di questa cultura da piacioni, un po berlusconiana e un po cattocomuista.
Oggi è tempo di coraggio. Lo è per il governo, l'unico governo possibile, altro che inseguire i grillini per un governo non del cambiamento ma del deragliamento, caro Bersani. E mi fanno ridere quei compagni che mi criticano perché sull'Avanti sostengo Letta e Napolitano. Sono com Martin Schulz che nella conferenza recentemente promossa dall'associazione di Pia Locatelli manifesta stima e consenso proprio a Letta e Napolitano. È nel momento in cui il governo delle larghe intese si trasforma nel governo delle piccole intese, con uno spostamento a sinistra del suo asse e con noi che rischiamo di diventare determinanti, che propongono le mozioni due e tre, di staccare la spina e di passare all'opposizione? Io penso invece che dobbiamo pretendere mai come adesso di entrare al governo e con una posizione non marginale.
Si aprono spazi di iniziativa intorno a noi, nel Pd si annuncia una singolare nemesi. Gli ex comunisti che non hanno voluto diventare socialisti nel 1989 oggi sono estromessi degli ex democristiani. Sembra la profezia di Ulrica nel Ballo in maschera di Verdi. Ti uciderà il primo che ti darà la mano. Mai fidarsi delle mani dei democristiani. Lo diceva anche Gaber. Dall'altra parte si è consumata una divisione del partito che fu di Berlusconi e che rende possibile un governo al Paese con una maggioranza più esile, ma politicamente più compatta. Al centro si consuma nell'ira la divisone tra montiani e popolari, mentre nella Lega si prendono a schiaffi Bossi e Maroni. I grillini sono perennemente in preda al furore di un Grillo parlante, urlante, delirante, che espelle chi dissente, ispirato da una specie di Fantasma del lago di nome Casaleggio. C'è un terremoto politico segnalato alto nella Scala Mercalli. E noi che facciamo. Rispondiamo con Lucio Battisti. "Tu chiamale se vuoi tre mozioni". Avremmo potuto presentarci diversamente, magari con una nostra lista alle elezioni? Forse si, l'avevo anche suggerito. Ma non è che coloro che invece fino all'ultimo hanno accettato di inserire candidature nelle liste del Pd e non hanno trovato la propria, oggi possono scoprirsi improvvisamente autonomisti. Vabbè.
Oggi serve una ricomposizione per andare avanti insieme. Questo è possibile e necessario. Votiamo tutti insieme Riccardo Nencini segretario del partito perché se lo merita.
Siamo tornati in Parlamento. I nostri sette, magnifici o non magnifici, fanno il loro dovere. Ecco vorrei si trasformassero in quei cavalieri coraggiosi del film. E ne assumessero un po il tratto spregiudicato. Senza naturalmente augurarmi che succeda a loro quel che succede ai sette nel film, perché alla fine quattro vengono uccisi e ne rimangono solo tre. Abbiamo bisogno di iniziative parlamentari che segnino la nostra originalità. Senza lamentarci dei mezzi pubblici che non ci considerano. Se abbiamo idee originali, idee solo nostre, ci considereranno.
Ad esempio la vogliamo far finita con sta storia dei cosiddetti pentiti che tengono ancora banco anche dopo la tragedia di Enzo Tortora? E denunciare per calunnia quel tale che ha accusato Craxi di aver fatto ucidere Dalla Chiesa che era suo amico e la figlia nostra compagna e componente la nostra assemblea nazionale? E Martelli d'esser stato nominato ministro dalla mafia, lui che ha fatto le leggi più dure e risolutive contro la mafia? E chiedere le dimissioni del presidente dell'Inps Mastrapasqua, che occupa ventidue poltrone e intasca 1 milione e 200 mila euro e lancia l'allarme che non fa dormire i pensionati e poi si smentisce, ma non sente il dovere di lasciare una quindicina di incarichi e di dimezzare il suo stipendio. E chiedere conto a questo ventennio per la svendita dei nostri beni di famiglia, della nostra industria pubblica all'estero come se fossimo ai saldi di fine stagione. E perché nessuno se non noi con l'Avanti ci siamo accorti di questa inchiesta giudiziaria sulla Rai che si serviva dello stesso agente di Berlusconi per sovrafatturare i prodotti cinematografici comprati in America? Perché questo assordante, complice silenzio?
Noi non usiamo il dentifricio clorodont, caro D'Alema, ma possiamo dire quel che vogliamo. Facciamolo sempre e ognuno faccia nella nostra comunità il suo dovere. Io sto tentando di farlo all'Avanti, una testata storica che ho l'onore di dirigere. Ognuno lo faccia dalla propria postazione. E porti il suo granello di sabbia. Che dobbiamo tirare adosso agli altri e non a noi stessi, come troppo spesso facciamo. E lo dico al popolo socialista di Facebook che scrive spesso solo per parlar male di se stesso, in un misto di autocommiserazione, masochismo e di frustrazione da inesistenza del PSI. Noi non possiamo rifare il Psi come l'abbiamo conosciuto. Vent'anni non sono bastati per farlo capire? Ma possiamo, dobbiamo rendere questo nostro drappello di donne e uomini appassionati a una storia, a un'identità, a una politica, un movimento politico attivo, combattivo, coraggioso. Che sa essere, che vuole esserci. Capace di allearsi con altri, ma di rimanere se stesso e di non avere troppa preoccupazione di perdere qualche poltrona quando si afferma la nostra identità. È molto piu facile perdere le poltrone quando non si serve a nulla.



Ecco tutto questo noi possiamo fare, tutto questo dobbiamo fare, questo dipende solo da noi. Dalla nostra intelligenza, dalla nostra creatività, e anche dalla nostra unità.(Mauro Del Bue)

ITALIA – Avremmo potuto fare. I luoghi comuni di una certa sinistra. Intervista a Francesco Piccolo


Francesco Piccolo ha scritto un romanzo, un'autobiografia e un manifesto di liberazione dai luoghi comuni della sinistra. Lo ha fatto con un solo libro, "Il desiderio di essere come Tutti" (Einaudi), da meno di un mese in libreria e già in sospetto di diventare una pietra miliare di una generazione politica. Quella che oggi ha intorno ai cinquant'anni, che è cresciuta nel mito di Berlinguer, che ha detestato Craxi per principio e che ha avuto la vita adulta dominata dall'insopportabile presenza di Berlusconi.

Forte della sua storia personale di comunista, garantito dalla fama dei suoi lavori più noti, come la sceneggiatura del "Caimano" di Moretti e la collaborazione con Fazio e Saviano in tv, Piccolo si permette di dire esplicitamente quello che molti hanno più volte sospettato: la sinistra, con la convinzione di ritenersi pura, diversa e superiore, e con la presunzione di farsi portabandiera dell'etica, ha condannato se stessa alla sconfitta e si è resa corresponsabile dello stato del Paese.

Una provocazione per gli indignati di professione, resa convincente da una narrazione smaliziata e complice che impasta eventi pubblici e fatti privati, chiamando ciascuno a confrontarsi con le proprie responsabilità e strappandolo alla tentazione di sentirsi sempre in un rassicurante "altrove".
Eppure la copertina del suo libro ricalca la prima pagina dell'"Unità" il giorno del funerale di Berlinguer, con quel gigantesco "Tutti" che sembra il contrario della separatezza.

 
«Infatti proprio lì è il nodo della questione. Quel giorno, a piazza San Giovanni, nelle strade, davanti agli schermi televisivi, non piangeva soltanto il popolo comunista, ma tutti. Berlinguer ormai era amato universalmente. Persino Almirante ne diceva bene».
Lei dov'era?
«Davanti alla tv, appunto, chiuso nella camera da letto dei miei genitori, piangendo senza freni con la paura di essere scoperto da mio padre, convinto uomo di destra che ha sempre votato Movimento sociale e poi Alleanza nazionale e che doveva sopportare di avere un figlio comunista. Ma io, alzando il pugno chiuso mentre la bara sfilava tra la folla, mi sentivo disperatamente parte di tutti».
E allora cos'è che non va in quel "Tutti"?
«Il sentimento di essere sì tutti, ma tutti quelli che appartengono a una parte migliore. Berlinguer, che aveva avuto il grande momento da statista con il tentativo di unire il Paese nel compromesso storico, dopo il suo fallimento aveva lanciato l'alternativa democratica, cioè il ripiegamento su se stessi con il culto dei valori perduti e il fastidio per il progresso. Ci aveva così condannato ad essere reazionari».
Addirittura, Piccolo? Sta trasferendo la parola reazionario alla sinistra?
«Come chiamerebbe la decisione di non partecipare più al presente e di frenare l'ammodernamento della società? Ammettiamolo: da quel momento in poi siamo stati reazionari. Ma la colpa, più che di Berlinguer, è di quanti hanno continuato a interpretare il suo sottrarsi ai tempi come un'idea virtuosa. Ancora oggi viene evocato soprattutto il suo discorso sull'austerity. E questo mentre Craxi cavalcava spavaldamente la modernità».
Che fa? Riabilita anche Craxi, da quarant'anni il nemico pubblico della sinistra?
«Guardi, io l'ho odiato come tutti i comunisti, ma sbagliavo. Craxi ha fatto in modo di impersonare anche la degenerazione del suo tempo, però all'inizio è stato un interprete acuto dei bisogni della società. Aveva una forza progressista che a noi mancava e non si capacitava dell'arretratezza dell'altra costola della sinistra. Diceva giustamente che Berlinguer vedeva ancora il mondo in bianco e nero. Pensi solo alla lotta contro il decreto di San Valentino, quello sulla scala mobile, che fortunatamente abbiamo perso».
San Valentino è per lei anche un infelice ricordo sentimentale. Fu piantato in asso da una ragazza per manifesta fatuità. Come andò?
«Andò che erano cominciati i frivoli anni Ottanta e io cercavo disperatamente di farmi amare da una compagna di scuola bella e rivoluzionaria. La seguivo negli incontri del suo gruppo dove mi guardavano come un infiltrato, proprio mentre a casa mi dicevano che facevo il comunista con i soldi di papà. Ebbi però la malaugurata idea di regalarle uno Snoopy di peluche. Mi guardò con disprezzo e me lo sbatté sul petto dicendomi: "Come ti viene in mente? Anche il giorno di San Valentino noi siamo impegnarti a fare politica". Fu un dolore immenso perché solo molti anni dopo avrei capito che lei, come tutta la sinistra, non era in grado di "cercar coralli"».
Che cosa vuol dire?
«Gli uomini delle caverne uscivano e rischiavano la vita non solo per procurarsi cibo, ma anche per trovare coralli e fare collane. Se la sinistra non impara a coniugare la leggerezza e la serietà, e quindi a rappresentare davvero tutti, resta elitaria e reazionaria».
Ci sarà stato pure qualcuno in tutti questi anni che si sia avvicinato a questa idea di inclusione.
«Forse soltanto Veltroni con il discorso del Lingotto, ma purtroppo solo in teoria».
Comincio a sospettare che anche qui si finisce a Renzi.
«Lo so, Renzi non piace a chi coltiva i vecchi valori. La sinistra ha paura di vincere e, quando vede qualcuno che può farcela, gli si scaglia contro in tutti i modi. Nelle primarie con Bersani, Renzi ha invece messo in moto idee molto modernizzanti. Non vorrei che ancora una volta la modernità venisse confusa con la faciloneria e la mancanza degli alti principi».
Non sarà anche che lei è attratto dalla superficialità. Nel libro ne fa un continuo elogio.
«È un sentimento importante, ti permette di guardare le cose del mondo senza fartene invadere come se stessero succedendo anche a te. Mi ci ha avvicinato mia madre tanti anni fa con una purga».
Racconti.
«A Napoli c'era il colera e a Caserta si viveva nel terrore di essere contagiati. Quando vengo colto da dolori lancinanti alla pancia, ho la certezza assoluta di morire. Ma scopro che mia madre mi aveva dato una purga, dimenticandosi del colera. In quel momento capisco che tutti i drammi sono sopportabili. Più tardi ho incontrato una persona che quando mi disperavo perché Berlusconi aveva vinto le prime elezioni, mi ha detto "E che sarà mai!". L'ho sposata, facendomi aiutare ad attraversare la vita senza pesantezza».
Nell'intreccio tra pubblico e privato il suo romanzo mette in scena personaggi letterari o cinematografici, ma anche reali. Qualcuno è prevedibile, come Bertinotti...
«Un disastro. Ha fatto cadere un governo buono come quello di Prodi per dimostrare che lui era puro e ha cambiato la storia di questo Paese. E purtroppo è stata anche colpa mia perché l'avevo votato. Da quel giorno è cambiato anche il mio atteggiamento verso la sinistra, anzi verso la vita».
Qualcun altro inaspettato, come Camilla Cederna.
«Una scrittrice meravigliosa che fece un'operazione di una faziosità terribile. Il suo libro sul presidente Leone fu uno dei primi che lessi da ragazzo. Mi lasciò un senso di imbarazzo per l'uso spregiudicato della vita privata del protagonista e dei suoi familiari. Un metodo che purtroppo ha fatto scuola».
Era inevitabile: siamo arrivati a Berlusconi.
«Della cui vita privata non ho il minimo interesse. Penso anzi che tutto quell'accanirsi sui gusti, sui gesti, sui modi di vestire o di parlare, e soprattutto sugli scandali sessuali, abbia disperso l'energia oppositiva, che doveva essere indirizzata politicamente. Credo che tutto ciò sia servito alla sinistra per distanziarlo e sentirsi migliore di lui.
Le ricordo, Piccolo, che lei è uno degli autori del "Caimano". C'è un mondo di indignati là fuori che grida contro la politica e vuole mandare Berlusconi in galera.
«Lo so. E il guaio è che si insiste a compiacere questa tendenza. Nel "Caimano" abbiamo cercato di indicare la corresponsabilità di tutti, proprio facendo interpretare il protagonista da Moretti, ma forse non è stato capito. All'indignazione e all'antipolitica, si sta rispondendo ancora brandendo l'arma dell'etica. Anche Enrico Letta che non ha dato prova di aver fatto alcunché, si fa forte di essersi diminuito un po' di stipendio».
E così non abbiamo salvato nessuno. Un'ultima curiosità: come mai in questa lunga messa a punto politico-esistenziale non c'è un solo accenno all'uso della giustizia?
«Proprio per evitare di occuparmi di Berlusconi in quel senso. Ma il problema c'è ed è serio. Quando avevo vent'anni per capire queste faccende si leggeva "il manifesto". Quel giornale ci indicava il garantismo come grande battaglia della sinistra. E ci insegnava che aver voglia di mandare la gente in galera non è una bella cosa. Adesso un giovane compra "Il Fatto" e impara che è bene che in galera ci vadano tutti».

mercoledì 27 novembre 2013

ITALIA - Silvio Berlusconi, il “Lazzaro” della politica


Dal 1994 a oggi non si contano le volte in cui B è stato dichiarato politicamente morto. Ma alla fine è sempre risorto.

Mercoledì, 27 Novembre 2013 - Probabilmente, in cuor suo, sa che questa volta è davvero finita. Ma non lo dice. Sarebbe un segnale di estrema debolezza. E non ci è abituato. Il 27 novembre, per Silvio Berlusconi, è stato il giorno del giudizio politico. Probabilmente peggio di quello di un’aula di tribunale.
Ma non è la prima volta che viene dato per spacciato. E dal 1994 a oggi il Cavaliere è sopravvissuto a tutto e tutti. Colpi di teatro, giochi di potere, campagne mediatiche martellanti, cambi di strategia repentini. Sono tante le armi che gli hanno permesso di risorgere regolarmente a differenza di quegli avversari che lo davano per finito e invece sono caduti, qualcuno in malo modo.
Siamo sicuri, dunque, che anche dopo la decadenza da senatore, il leader di Forza Italia sarà davvero fuorigioco?
La storia per ora dice che, più è ferito e indebolito, più Berlusconi trova l'energia di rialzarsi e di sparigliare carte in gioco e avversari.

1994: l'avviso di garanzia a Napoli


Il 22 novembre di 19 anni fa, Silvio Berlusconi era presidente del Consiglio da poco più di sei mesi. A Napoli, dove si trovava per presiedere un vertice internazionale sulla criminalità organizzata, al Cavaliere fu notificato un avviso di garanzia: era indagato per tangenti (venne condannato in primo grado a due anni e nove mesi e successivamente assolto). L’esecutivo da lui presieduto cadde il 22 dicembre. Lo stesso giorno il Cav consegnò le dimissioni nelle mani dell’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
IL TRADIMENTO DELLA LEGA. Decisivo fu il passo indietro della Lega nord in quello che è storicamente ricordato come il «ribaltone». Berlusconi tuonò: «Non mi siederò mai più a un tavolo in cui ci sia il signor Bossi». Nacque il governo tecnico di Lamberto Dini. Forza Italia decise di non sostenerlo. La carriera politica di Silvio sembrava già al capolinea.
Eppure sotto la cenere qualcosa si muoveva. Alla vigilia del 22 dicembre, la Consulta stabilì l'incostituzionalità della legge Mammì nella parte in cui consentiva a Finivest di possedere tre reti. Rete4 doveva essere venduta o spedita sul satellite. Non un dettaglio, visto che il Cav stava per quotare in Borsa le sue tivù, indebitate fino al collo (si parlò di un debito monstre di 7 mila miliardi di lire). Le banche dopo la caduta del governo avevano infatti chiuso i rubinetti del credito.
IL PRIMO ASSIST DI D'ALEMA. Fu allora che entrò in gioco per la prima volta Massimo D'Alema (un accordo segreto svelato poi da Luciano Violante in Aula nel 2002). Proprio quando il Cav era più debole, abbandonato da Bossi che anzi sosteneva che era «necessario spegnere i ripetitori di Finivest per ricostituzione del partito fascista», i Ds invece di dare la spallata che fecero? Non tradussero in legge, come avrebbero dovuto, la sentenza della Consulta, graziando di fatto il Cav.

1996: i processi All Iberian e la sberla di Prodi


Alle elezioni del 1996 la coalizione guidata da Berlusconi venne sconfitta dall’Ulivo di Romano Prodi. Intanto continuarono i guai giudiziari del Cavaliere, che il 12 luglio del 1996 fu rinviato a giudizio insieme con Bettino Craxi per finanziamento illecito: 10 miliardi di lire sarebbero transitati dalla Fininvest al Psi attraverso la società All Iberian.
Non era certo un bel momento per il Cav: indagato a Milano per corruzione giudiziaria e corruzione semplice, a Palermo per mafia e riciclaggio (indagini che furono archiviate) e addirittura indagato a Firenze come possibile complice delle stragi del 93 con Marcello Dell’Utri.
L'IDEA DELLA BICAMERALE. Ma anche in questo caso, nonostante la vittoria di Prodi, il Cav si rialzò. Grazie alla stampella di D'Alema. E alla bicamerale per le riforme. L’accordo venne stretto nel luglio del 96, poco tempo dopo l'insediamento dell'esecutivo del Professore bolognese. Caso vuole che lo stesso giorno approvata una legge che prorogava l'esistenza delle tre reti della Fininvest. Insomma, il principio Antitrust deciso dalla Consulta anni prima era valido sì, ma doveva essere applicato da un'Autorità garante per le comunicazioni. Che «entrerà in funzione solo quando ci sarà stato un congruo sviluppo tecnologico delle televisioni». Un principio di dubbia interpretazione.
LA VITTORIA NEL 2001. Nel frattempo, all’inizio del 1997, Berlusconi fu rinviato a giudizio con la medesima accusa per l’acquisto di Medusa: condannato in primo grado, fu assolto in appello a Milano. Nel luglio 1998 il Daily Telegraph scrisse: «Le sentenze macchieranno inevitabilmente la credibilità di leader politico di Berlusconi».
Non è stato così. Berlusconi vinse infatti la tornata elettorale del 2001, anche grazie alla rinsaldata alleanza con la Lega, che in passato gli aveva dato del «mafioso di Arcore». Celebre fu il coup de théâtre a Porta a porta, dove firmò l'ormai celebre patto con gli Italiani.
Alla fine anche le accuse giudiziarie finirono nel nulla: il processo All Iberian si concluse il 22 novembre 2000 - in primo grado Berlusconi era stato condannato a due anni e quattro mesi - quando la Cassazione confermò la sentenza d’appello del 26 ottobre 1999 dichiarando il proscioglimento del Cav per intervenuta prescrizione. Il secondo filone della vicenda (All Iberian II), che vedeva l’ex premier rinviato a giudizio per falso in bilancio, si concluse nel 2005 con l’assoluzione dell’imputato: il fatto non era più previsto dalla legge come reato perché nell’aprile 2002 il parlamento di fatto depenalizzò il falso in bilancio.

2009: le Papi girl e gli scandali sessuali


Berlusconi arrivò a fine legislatura logorato. Fece segnare il record di durata di un esecutivo nella storia della Repubblica italiana (1.409 giorni) ma i dissapori interni alla sua maggioranza, la situazione precaria dell'economia del Paese e le critiche sempre più pesanti dall'estero portarno il centrodestra a collezionare una serie di sconfitte elettorali alle amministrative locali e regionali. Romano Prodi, leader dell'Ulivo, sembrava destinato a un facile trionfo alle Politiche del 2006. Dato per spacciato dai sondaggi, nelle ultime settimane di campagna elettorare il Cav cominciò una assedio mediatico furibondo, inziando una risalita per molti impossibile, recuperando il terreno perduto nei confronti del centrosinistra. L'ultimo colpo a sorpresa, durante il confronto televisivo con il Professore, fu la promessa di togliere l'Ici.
IL PAREGGIO INSPERATO NEL 2006. Le urne decretarono la vittoria della coalizione di centrosinistra, ma la Casa delle libertà recuperò terreno arrivando quasi al pareggio in Senato. I fragili equilibri della coalizione di governo portarono, nel gennaio 2008, alla caduta dell’esecutivo.
Ad aprile si tornò a votare e Berlusconi, a capo del Pdl (nato dalla fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale voluta dopo la nasciata del Pd per opera di Walter Veltroni), sedette di nuovo a Palazzo Chigi.
Era il governo del Lodo Alfano e del legittimo impedimento. Dei casi Cosentino, Brancher e Papa. Della “cacciata” di Gianfranca Fini. Degli scandali sessuali.
«IL CIARPAME SENZA PUDORE». Il 28 aprile 2009, in una dichiarazione all’agenzia Ansa, l'allora first lady Veronica Lario definì il Cavaliere «un uomo malato» che «frequenta le minorenni». Circondato da «un ciarpame senza pudore».
Pochi giorni dopo, in seguito alla partecipazione del Cavaliere alla festa di compleanno di Noemi Letizia (la 18enne napoletana che chiamava Berlusconi «papi»), Veronica chiese il divorzio.
Da lì in poi è stata un’escalation. Prima Patrizia D’Addario, poi Ruby Rubacuori, «la nipote di Mubarak». Le notti di Arcore. Nicole Minetti. Il Bunga bunga.
LE DIMISSIONI IL 12 NOVEMBRE. «L’utilizzatore finale» (a giungo 2013, nell’ambito del processo Ruby, Berlusconi è stato condannato in primo grado a sette anni per concussione e prostituzione minorile). In parlamento la situazione precipitò e nel Paese la situazione economica era allo stallo, nella morsa delle recessione. Ad agosto 2011 la Bce inviò una lettera al governo in cui indicava una serie di misure urgenti per uscire dalla crisi. Il Cavaliere, stretto nella morsa dello spread, lasciò il 12 novembre. Quattro giorni dopo nacque il governo Monti. «È la fine di un’era», si disse e si scrisse. In piazza si festeggiava con lo spumante. Ma il Caimano era ancora vivo.

2013: la condanna definitiva al processo Mediaset


Quello presieduto dal Professore bocconiano era visto da molti come «il governo delle tasse». Berlusconi sostenne Monti e il 24 ottobre 2012 annunciò l’intenzione di non volersi ricandidare alla premiership. «È politicamente morto», sentenziarono in molti. Il partito venne messo nelle mani del suo delfino, Angelino Alfano.
L'ENNESIMA DISCESA IN CAMPO. Poi, il 6 dicembre, la capriola: «Scendo in campo per vincere». Lo stesso giorno il Pdl lasciò la maggioranza. Dopo l’approvazione della legge di Stabilità Monti si dimise.
Si tornò al voto, con il Pd davanti al Pdl nei sondaggi. Pier Luigi Bersani  era sicuro della vittoria: «Smacchieremo il giaguaro». «Berlusconi sa che non riuscirà più a riconquistare Palazzo Chigi, la sua carriera politica è finita», scriveva il tedesco Der Spiegel.
LA RISCOSSA ALLE URNE. Alle urne, complice le promesse del Cav, l’ottimo risultato del M5s e i voti raccolti dal centro di Monti, Pdl e Pd pareggiarono. «Miracolo Berlusconi», titolò Il Giornale il giorno dopo le elezioni. E Libero: «Il leone Silvio sbrana il giaguaro».
Fu il fallimento di Bersani, che tentò invano di formare un governo. Spazio alle larghe intese. Il Popolo della Libertà occupò cinque ministeri dell’esecutivo presieduto da Enrico Letta. A giugno, Berlusconi annunciò l’intenzione di ridare vita a Forza Italia.
LA CONDANNA MEDIASET. Il primo agosto arrivò però la doccia gelata. Dopo l’intervenuta prescrizione per il processo Mills (febbraio 2012), il Cav fu condannato per la prima volta in via definitiva: quattro anni per frode fiscale e falso in bilancio nel cosiddetto processo Mediaset. La legge Severino, votata anche dal Pdl, prevede l’incandidabilità per chi ha riportato condanne definitive a pene superiori a due anni.
IL GIORNO DEL GIUDIZIO. Per i berluscones la norma non doveva essere retroattiva. Berlusconi parlò di «colpo di Stato» e il 26 novembre Forza Italia è uscita dalla maggioranza. Tutto inutile.
Alle 19 di mercoledì 27, in Senato, si è votata la sua decadenza da senatore. Forse questa volta è davvero la fine. Forse.

Giorgio Velardi