Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


mercoledì 30 gennaio 2013

ITALIA - Voto, Mps non affonda il Pd


Nel sondaggio Demos il Centrosinistra è sempre avanti, con il 36,4%. Il Pdl recupera ma è dietro di 10 punti. Monti al 18%.
Mercoledì, 30 Gennaio 2013 - Manca meno di un mese alle elezioni del 24 e del 25 febbraio e la corsa agli ultimi voti da parte dei partiti è sempre più serrata.
Inoltre i fatti di cronaca emersi nelle ultime settimane hanno fatto tremare in particolare una coalizione. La vicenda Mps sullo scandalo dei derivati e della banda del 5% ha preoccupato non poco il Pd, storicamente legato all'istituto di credito senese, e il suo segretario Pier Luigi Bersani che si è detto «pronto a sbranare» chiunque avrebbe utilizzato questo caso come strumento da campagna elettorale.
AL VOTO NON VALE IL FATTORE MPS. I dati emersi dal sondaggio di Demos per Repubblica, realizzato negli ultimi giorni, mostrano però che il leader del Partito democratico, nonostante la massiccia presenza della notizia sui media, può ancora dormire sonni tranquilli: la bufera sul Monte Paschi non avrebbe inficiato in modo significativo le intenzioni di voto.
Secondo le analisi, il Pd, alla Camera, cede meno di un punto e rimane sotto al 33%; mentre il Pdl ha recuperato un punto e superato così, il 19%. Il Centrosinistra raggiunge il 36,4%, circa 10 punti più del Centrodestra, ma due punti in meno rispetto ai dati di una settimana fa. Al Senato, invece, a livello nazionale, il vantaggio è più ampio: 38% al Pd contro il 27% al Pdl, circa 11 punti di distacco. Bisogna precisare perà che la legge elettorale non permette previsioni, «perché al Senato l'assegnazione dei premi di maggioranza avviene Regione per Regione».
MONTI CRESCE E RAGGIUNGE IL 18%. Grandi anche le fila del partito degli indecisi che si stima intorno al 30%. In questo scenario si inserisce Mario Monti che cerca di guadagnarsi la fiducia dei delusi del Pdl e cresce di un punto e mezzo, avvicinandosi al 18%. Spinta dalla formazione del premier, Scelta Civica è salita di quasi un punto, al 12,5%. Anche l'Udc acquista quasi un punto.
FIDUCIA DEBOLE VERSO I LEADER. Ma la fiducia verso l'immagine del Professore, nell'ultimo mese, sembrerebbe essere scesa di quasi 5 punti, anche se resta alta, pari al 42,5%. Il 38% degli elettori lo considera il più «competente». E il 61% pensa sia in grado di «garantire la credibilità del Paese all'estero». Quindi tra Bersani e Silvio Berlusconi, il terzo leader in corsa è proprio il tecnico bocconiano.
Bersani, al 48,5%, resta il secondo tra i leader, nella valutazione degli elettori. Primo è però il suo avversario delle primarie, Matteo Renzi che convince quasi due terzi degli intervistati. Fondamentale sarà quindi per il segretario del Pd dare un ruolo di primo rilievo al sindaco di Firenze.
Ultimo tra i leader per gradimento è Berlusconi che si ferma a un debole 20%, nonostante la presenza massiccia in tivù che rimane per il 60% degli elettori il principale strumento di informazione in campagna elettorale.
Questo spiega la scelta di Beppe Grillo di ritornare sugli schermi televisivi e abbandonare, ma solo in vista del voto, le tanto care e amate piazze. Per il momento secondo i sondaggi, il Movimento 5 Stelle è stimato al 13%.

lunedì 28 gennaio 2013

ITALIA – Monte dei Paschi di Siena: prima andavano nel pollaio a mangiare le uova, ora le galline


Due chiacchiere con Vittorio Mazzoni della Stella già sindaco socialista di Siena e Vicepresidente del Monte dei Paschi. “Un regolamento di conti all’interno di una vicenda criminale”.

Nicola Cariglia 28.01.2013 PENSALIBERO
“Tanti anni fa, nel 2003, telefonai ad un bravissimo alto dirigente del Monte dei Paschi e gli domandai perché fosse andato in pensione, dal momento che si trovava in una posizione di rilievo e poteva restare al lavoro ancora per molto tempo. Mi rispose testualmente: “ vedi Vittorio, prima c’erano i democristiani e bisognava svegliarsi a buio perché andavano nel pollaio e mangiavano le ‘ova. Ma ora non basta, questi mangiano le galline!”.
Per farmi un’idea del pandemonio che sta squassando Siena, la sua Banca, il mondo del credito e, di conseguenza, la politica tutta, a livello nazionale, parlo con Vittorio Mazzoni della Stella. E’ un testimone autorevole di decenni di vita cittadina: socialista da sempre e per sempre, vicepresidente della Provincia dal ’79 all’81, Sindaco di Siena per sette anni (’83-’90), facente funzioni di presidente del Monte dei Paschi nel ’90 e ’91, vicepresidente dal ’92 al ’97. E’ stato anche amministratore delegato della consociata Capital Service fino al 1999. Mazzoni della Stella nel Monte ci ha passato la vita, avendovi fatto anche una carriera tutta interna nel suo Ufficio Studi.
Tra noi, non può essere una intervista ma una chiacchierata tra amici. Ci conosciamo da più di mezzo secolo: una amicizia nata al Liceo Forteguerri di Pistoia che abbiamo frequentato assieme. Doveva essere una classe di fissati con la politica. Ad un certo punto, lui era sindaco socialista di Siena, io vicesindaco socialdemocratico di Firenze, un altro compagno di studi vicesindaco socialista di Pistoia, un altro ancora senatore del MSI. Una classe di fissati, ma pluralisti.
Mazzoni della Stella ha sempre avuto una riconosciuta qualità: sa cogliere il nocciolo dei problemi con immagini fulminanti che sono altrettante battute: “credimi, i derivati sono una questione marginale. Prima che questi si vendessero l’argenteria, quelle perdite sarebbero state, al massimo, come togliere un pelo ad un bove.”
Vediamo perché: “nel 1997, pur da vicepresidente, ho firmato il bilancio di MPS, già SpA, ma non ancora quotata in borsa. Lo feci in sostituzione di Giovanni Grottanelli De’ Santi che nel frattempo era diventato presidente della Fondazione. Un bilancio certificatissimo, per il passaggio da Istituto di Credito di diritto Pubblico a SpA e per lo scorporo tra patrimonio della Fondazione (all’epoca la più ricca di Italia) e patrimonio bancario. Ecco, tramite quel bilancio, Banca MPS “esibiva” 14.460 miliardi di lire di patrimonio netto ai fini di vigilanza e plusvalenze implicite calcolate prudentemente tra 15.000 e 20.000 miliardi di lire”.
Faccio immediatamente il conto della serva, e devo constatare che i 14 miliardi di euro evocati da Beppe Grillo nell’ultima assemblea societaria, i soldi che sarebbero spariti in questi 15 anni, sono tutt’altro che una bufala. “Guarda – mi dice Vittorio – per avere un’ idea ancora più vicina alla realtà, torniamo ai nostri primi manuali di diritto e consideriamo oltre al “danno emergente” anche il lucro cessante”. I soldi bruciati, una massa sicuramente enorme, avrebbero naturalmente dato i loro frutti. Consideriamo anche questo, ed ecco che i 14 miliardi di Grillo sono una approssimazione per difetto”.
Una voragine, che chiama in causa un cumulo di responsabilità. Altro che derivati!
“I derivati? E’ come se uno facesse una strage e, dopo averla fatta, tirasse un calcio ad un cane. Ci sono due filoni di comportamenti da tenere distinti. Sul primo, gli illeciti penali, sono da sempre e come sempre garantista. Se la vedranno i magistrati e le varie parti in causa, danneggiati e danneggiatori. Posso dire che una volta tanto il mio garantismo trova conforto nel fatto che anche la magistratura senese è garantista ed estremamente cauta”.
Credo di avere capito e porto la conversazione su un piano maggiormente esplicito. Per esempio, come mai proprio ora tutto questo casino,questa accelerazione, dopo polemiche, voci, che avevano lasciato immutata la situazione. Una sorta di stallo perpetuo.
“Una manina fatata ha passato il materiale al Fatto Quotidiano. Era passato troppo tempo da quando, nel 2010, gli ispettori di Banca Italia avevano accertato i prodotti tossici e la tenuta irregolare dei libri. Ed anche la trasmissione da parte degli attuali vertici, lo scorso ottobre, di una scottante documentazione a procura, Banca di Italia e Consob non aveva avuto miglior fortuna.”
Evidentemente qualcuno non si è fidato di coloro che sono chiamati a vigilare e adottare provvedimenti. “C’è un regolamento di conti all’interno di una vicenda che è criminale. Della quale, però, sono già del tutto evidenti le responsabilità politiche. Una Banca tra le più solide è stata spolpata e rapinata sistematicamente ed usata per alimentare quel potere che è il solito che poi decide sugli assetti dei vertici bancari. Una spirale nella quale si è finiti col giocare in maniera sempre più spregiudicata, spinti anche dalla volontà di coprire gli errori e le porcherie precedenti. Si sono comportati come giocatori di azzardo che cercano di rifarsi con colpi sempre più arrischiati. I derivati dopo la acquisizione di Antonveneta. Antonveneta dopo la Banca del Salento. Perché la Banca del Salento, quando fu acquisita, esibiva un patrimonio netto da 440 miliardi di lire e fu pagata oltre sei volte il suo valore. Io, poi, preferirei comperare Antonveneta a 9 milioni di euro che il Salento a 2,5 milioni di euro”.
Proprio questi due acquisti, si sa, sono da tempo indicati come due dei maggiori errori compiuti dalla Banca e da chi ne era a capo. Errori che si trascinano dietro un cumulo di chiacchiere sulle quali solo la magistratura potrà dire una parola definitiva. Ma l’idea di scaricare tutto sul management della Banca o della Fondazione, proprio non sta in piedi.
“La classe politica di Siena, che ha deciso Sindaci, Presidenti della Provincia e, di conseguenza i vertici di Fondazione e Banca MPS, è sempre stata PDS, DS, Ulivo, PD. Gli altri, il PDL, sotto il tavolo aspettando le briciole, ed anche questo spiega molto. Con gli amministratori nominati dalla politica della prima repubblica, dunque con i ladri per antonomasia, il Monte dei Paschi esibiva i conti che ti ho detto prima. Aveva 23.000 dipendenti contro i 31000 di oggi. I dirigenti erano una cinquantina e sono arrivati a 500 prima che ne mandassero 150 in pensione anticipata. E tutto questo, bada bene, nonostante la drastica riduzione del perimetro del Monte dei Paschi che possedeva Banca Toscana, Credito Lombardo, Cassa di Risparmio di Prato, Steinhauslin, e altri istituti e filiali in mezzo mondo”.
L’affresco mi sembra sufficientemente completo. Va da se che le responsabilità non riguardano la sola classe politica senese del PD. Come minimo occorre allargare l’orizzonte all’intera Toscana, ove il ruolo della banca senese, a condizionamento e intreccio con la politica non è meno evidente.
Ma è il minimo, appunto.

domenica 27 gennaio 2013

UNIONE EUROPEA: “Cameron va preso sul serio”


Il discorso del primo ministro britannico sul futuro delle relazioni tra il suo paese e l’Ue, pronunciato il 23 gennaio, conquista la prima pagina della maggior parte dei quotidiani europei. L’ipotesi di un’uscita del Regno Unito dall’Unione suscita reazioni che vanno dall’indignazione alla comprensione.

24 gennaio 2013 Les Echos, Die Welt, Gazeta Wyborcza & altri 4

Come buona parte della stampa britannica, molti quotidiani continentali riconoscono che Cameron ha sollevato interrogativi legittimi che meritano una risposta, a livello nazionale ma anche europeo.
A Parigi Les Echos sostiene che il discorso di Cameron ha lanciato una “sfida pericolosa”. Il quotidiano economico non esita a comparare il primo ministro a un suo illustre predecessore: come ha fatto a suo tempo Margeret Thatcher, Cameron non si preoccupa dell’interesse comune di trasformare dell’Europa in una potenza economica (e necessariamente anche politica). La sua visione passa per un’Europa su misura di cui è possibile far parte senza accettarne tutte le limitazioni, restare nell’Unione ma non nell’euro o nello spazio Schengen. Ma se la crisi dell’euro e i piani di salvataggio per la Grecia ci hanno insegnato qualcosa è senz’altro la necessità di una maggiore integrazione tra i paesi europei, soprattutto in ambito di bilancio, fiscale e finanziario. Quanto meno tra i 17 paesi dell’euro. Evidentemente questo non è l’obiettivo di David Cameron.
Die Welt scrive che “Cameron mette il dito nelle piaghe dell’Ue”, e insieme alla maggioranza dei commentatori tedeschi considera gli interrogativi sollevati dal primo ministro britannico legittimi e “liberatori”.
Cameron non è affatto solo nella sua analisi dei cambiamenti che l’Ue sta affrontando e a cui non si può rispondere con un semplice “sempre avanti tutta”. […] Il fatto che il primo ministro britannico metta sul tavolo [la questione della stabilizzazione dell’eurozona con un approfondimento dell’Ue” non è una atto anti-europeo. Non è anti-europeo ricordare che la competitività dell’Unione è minacciata, a causa (tra le altre cose) di una gestione sclerotizzata, con regole che paralizzano molte forze creative nell’economia. E non è affatto anti-europeo evidenziare il deficit democratico rampante e la mancanza di fiducia nell’Ue e nelle sue istituzioni da parte dei cittadini europei. […] Il Regno Unito segue un approccio “più pratico che emotivoe”, e questo non può che fare bene a tutti noi.
“Il Regno Unito non sogna un’esistenza comoda e isolata ai margini dell’Europa”. L’opinionista di Gazeta Wyborcza Tomasz Bielecki ricorda il discorsopronunciato nel 1988 da Thatcher all’Ue, sottolineando che per Cameron – che al pari della "lady di ferro" è un forte critico dell’Ue ma allo stesso tempo un sostenitore della permanenza di Londra all’interno dell’Unione – l’uscita di scena del Regno Unito avrebbe effetti disastrosi sull’occupazione, e allo stesso tempo sarebbe un colpo durissimo per l’Unione. L’eurozona diventerebbe l’unico centro di integrazione, circondata da periferie dell’Ue. Per noi polacchi questo rappresenta un pericolo molto più grave rispetto ai britannici. Lo zloty non è la sterlina, e le isole britanniche non sono la Polonia, con i suoi vicini non sempre gestibili. La mossa di David Cameron dovrebbe spingerci ad accelerare i piani per entrare nell’eurozona.
Secondo Svenska Dagbladet Cameron non è l’unico in Europa a pensare che “l’adesione all’Ue non dev’essere equivalente all’acquisto di un biglietto per un treno fantasma che non si ferma in nessuna stazione e va verso una destinazione sconosciuta”. Il quotidiano ricorda che le reazioni al discorso del primo ministro erano molto attese: “Dovunque in Europa si sentiva dire che l’Ue non è uno smörgåsbord [buffet scandinavo] dove ognuno può scegliere liberamente cosa vuole”. “Ma davvero c’è un solo cammino possibile?” si domanda Svenska Dagbladet: La risposta è chiaramente no, visto il modo in cui l’Europa funziona oggi: la Svezia non ha l’euro, il Regno Unito non fa parte dello spazio Schengen, e ci sono molti altri esempi. […] L’alternativa per i britannici è affrontare l’Ue ponendole le seguenti domande: “How? Why? To what end?" [Come? Perché? Con quale obiettivo?]. Sono domande che dovrebbero essere nell’interesse di tutti gli stati membri e in quello dell’Unione.
Anche România Liberă sostiene che l’Unione “flessibile, adattabile e aperta” proposta da Cameron è una provocazione molto seria. Il quotidiano di Bucarest aggiunge che per la prima volta un leader europeo ha presentato una visione dell’Ue diversa da quella improntata a una maggiore integrazione politica, una visione più modesta ma più liberale e incentrata sul libero mercato. Finora la Romania ha scelto gli Stati Uniti d’Europa e il modello tedesco dell’Unione europea. Ora però esiste un’altra visione, e forse i nostri leder politici si impegneranno in un vero dibattito sul modello europeo più vantaggioso per un paese come il nostro. Altri paesi lo faranno di sicuro.
“Cameron getta un’ombra sull’Ue”, titola De Volkskrant. Il quotidiano di Amsterdam, città dove il primo ministro britannico avrebbe dovuto inizialmente tenere il suo discorso, sottolinea che l'Ue deve prendere sul serio il progetto di Cameron se ci tiene alla sua sopravvivenza: sarà molto difficile rispondere alle domande di Cameron senza nuocere all’intera costruzione europea. Se uno stato prova a rivedere alcuni accordi ci saranno di sicuro altri paese che pretenderanno nuove eccezioni. Tuttavia un’uscita di scena del Regno Unito non è nell’interesse dell’Ue, e soprattutto dei Paesi Bassi. È per questo motivo che la Commissione europea e gli altri stati membri devono prendere in seria considerazione le proposte britanniche. L’iniziativa di Londra dovrà far riflettere Bruxelles, perché sarebbe insensato precipitarsi verso il progetto di integrazione se questo metterà a repentaglio l’unità dell’Europa.
Su El País Lluis Bassets sottolinea che “l’Europa britannica” somiglia molto a “una semplice zona di libero scambio”. Secondo l’editorialista per il primo ministro britannico l’Ue è un semplice strumento, non un obiettivo. In questo senso o l’Unione diventa un qualcosa che gli euroscettici sono pronti a tollerare o non c’è alternativa all’uscita di scena. L’impudenza di questo ricatto è notevole. […] Il sogno conservatore è quello di avere relazioni senza intermediari con un mondo globale e utilizzare l’Europa come un semplice spazio di libero scambio, il meno regolato possibile. È un’idea che potrebbe essere attraente in linea di principio, ma va a sbattere contro una moltitudine di ostacoli: il più evidente è la difficoltà dei paesi europei (compreso il Regno Unito) di esistere indipendentemente nel mondo globalizzato, come se fossero paesi emergenti e non potenze in declino. Washington e Pechino rimproverano Cameron senza esitazioni, perché preferiscono avere rapporto con Londra tramite un’Ue solida.

ITALIA - Diventare socialisti per non morire democristiani


L'auspicio della formazione di un grande partito socialista italiano non risponde soltanto ad una “mozione degli affetti”, come quella disegnata nel capitolo precedente, ma discende da una attenta lettura della situazione economico politica nazionale, europea e mondiale .

Abbiamo già visto in profondità quale sia il progetto politico che si cela dietro il “cosiddetto centrino” di Monti, Casini (e sarebbe giusto a questo punto dire anche Riccardi) .
E il progetto di dar vita ad un grande partito moderato di centro, epigono delle miglior stagioni della Democrazia Cristiana;
con una sintesi estrema si potrebbe dire che Monti e Casini intendono costruire una DC + LaMalfa, e cioè un partito saldamente posizionato al centro, collegato con originalmente con il PPE, ispirato ai valori della dottrina sociale della chiesa, ma con un attenzione maggiore di quella avuta a suo tempo dalla DC rispetto all'equilibrio dei conti pubblici , al “rigore finanziario” di lamalfiana memoria .

Se questa analisi è giusta , e se i piani di Monti e Casini di prosciugare il bacino elettorale berlusconiano riusciranno, il competitor che a breve periodo si troverà di fronte la sinistra italiana, non sarà più il Cav. , ma sarà appunto questa forza moderata di centro.
Da una parte questo è un salto positivo in avanti perché finalmente in Italia avverrà qualcosa di politicamente europeo e si uscirà dal bipolarismo muscolare degli ultimi 20 anni, che tanti danni ha fatto al nostro paese; dall'altro lato però la sfida che si troverà a giocare la sinistra, sarà di tutt'altra natura rispetto alla stagione dell' antiberlusconismo.
Berlusconi è stato per la sinistra un avversario difficilissimo, perché dotato di enorme carisma, immenso potere economico, grandissima influenza sui media, ma tutto sommato funzionava nella battaglia lo schema facile del CONTRO; proprio perché Berlusconi era tutto questo, la chiamata alla armi contro il possibile tiranno, faceva aggio sulla necessità di proporre le proprie visioni, e di convincere gli elettori attraverso un “progetto per”;
e difatti si è sempre giocata contro il cav. la carta della grande ammucchiata, riformisti e estremisti insieme, pur di batterlo (con successive evitabili diaspore governative e fallimenti)
Beh ! Questa stagione è chiusa; se il competitor della sinistra sarà il centro moderato, la battaglia non si potrà mai più fare CONTRO, ma sarà giocata sui visoni diverse dello sviluppo economico, dell'ambiente, della democrazia, del lavoro, del fisco, insomma finalmente ci si dovrà confrontare su numeri, progetti, obiettivi, su cosa fare per migliorare l'Italia in un quadro economico globale.
Questo pone un primo grande problema alla sinistra: se il centro si compone e si riunifica, possiamo noi andare avanti con tanti partiti?
La coalizione PD-PSI-SEL può essere immaginata come un unico soggetto politico di centro sinistra?
Non è il prodromo di questa soluzione di unificazione , l'idea lanciata da Bersani che su tutte le questioni controverse voteranno i gruppi parlamentari e poi tutti dovranno seguire la maggioranza?
Con quale vocazione e identità dovrebbe nascere questo partito unico del centrosinistra?
A fronte di un centro che rifiuta i rapporti privilegiati con la destra e con il regionalismo estremista della Lega, a fronte un centro che assume le sembianze europee del Ppe, non è logico porsi il problema che il partito unico di centrosinistra da far nascere, necessariamente debba essere la costola italiana del PSE?
E che quindi proprio il più piccolo dei tre partiti, il microscopico PSI , porta in dote agli altri due , il più prezioso dei DNA per una simile operazione e cioè l'adesione organizzativa storicamente consolidata al PSE??
E' plausibile di fronte ad un centro forte unito e organizzato che all'interno del PD sopravvivano posizioni di strabismo o politico e ciò persone che guardano al PSE e persone che guardano al PPE?
Se la politica italiana diventa europea al centro, lo deve diventare ineluttabilmente anche a sinistra.
La questione così impostata, sembra un amaro calice che va bevuto per non perire; le cose però non stanno affatto così; è proprio la complessità dei problemi, la necessità di affrontarli in sede europea e globale, che spinge in una certa direzione; le stesse politiche di sviluppo, di ridisegno del welfare, di cittadinanza , non si possono più fare in un paese solo; o passano in Europa o non passano; è il limite grande su cui le posizioni del Centro di Monti possono , e debbono , essere contestate;
queste posizioni centriste parlano sempre dell'Europa e ripetono “ la linea ce la impone l'Europa” come un mantra; come una verità rivelata ed immutabile;
L'Europa, però, fino a prova contraria sono i paesi, i governi, i partiti, i popoli che la compongono, non sono i mercati, o perlomeno NON sono SOLO, i mercati; ed allora ecco che le politiche più avanzate, più socialmente eque, una diversa visone del rigore che ad esempio lo sottoponga, in una scala di valore ,allo sviluppo ( è più importante lo sviluppo che il rigore) sono politiche , che si possono fare se si modifica il quadro politico europeo, quello che oggi dice l'Europa a maggioranza PPE, domani potrebbe esser detto diversamente da un' EUROPA a maggioranza PSE.
Ecco dunque che l'evoluzione socialista della sinistra italiana, in questo quadro , cessa di essere una mozione degli affetti , ma diventa una scelta razionale, una opportunità, forse una necessità.

Perché se il centro gioca la sua partita a
livello europeo, cioè, se il centro gioca la sua “Champions League”, la sinistra non può fermarsi al campionato italiano.

Casotti Paolo

sabato 26 gennaio 2013

ITALIA - Ritratto di cattolico, la politica e l'arte d'infiltrarsi


In prossimità delle elezioni, è bene sapere chi è e come si comporta il politico credente militante, e cosa può significare votarlo solo in virtù della sua fede.

Siamo in prossimità delle elezioni, che stavolta saranno quanto mai importanti, e i temi legati alla laicità e ai diritti civili eleveranno al cubo l'impegno fanatico e il tono delle dichiarazioni dei politici cattolici militanti (detti a volte cattolicisti, ma che qui definiremo cattolici in politica) e delle lobby che li sostengono. Come guastatori, quei cattolici si spargono nei vari schieramenti in corsa, sgomitando per guadagnare spazio, e si affannano a difendere la dottrina ed eseguire gli ordini del clero.

Di laico e liberale nel panorama elettorale odierno c'è rimasto ben poco: i partiti che hanno maggiori probabilità di ritrovarsi al governo presentano contraddizioni e opacità d'intenti a dir poco desolanti. Del Pd conosciamo le divisioni e le paure, nonché l'ostruzionismo dell'ala cattolica interna, che ne bloccano qualunque tentativo di prendere una posizione chiara al di là dei programmi elettorali (che valgono - appunto - solo in campagna elettorale). A sinistra, Nichi Vendola, che ha sempre rivendicato il suo status di gay cattolico, intervistato da SkyTg24 sul matrimonio e la genitorialità omosessuale tranquillizza l'alleato Bersani (e nel caso servisse, anche Mario Monti): non insisterà troppo sui diritti civili. Della destra nemmeno a parlarne: solo da dire che l'idea di Gianfranco Fini di una destra liberale ed europea è stata affogata (dallo stesso Fini) nel mar clericale di Monti. Di quest'ultimo, infine, c'è ben poco da dire: la parola laicità è completamente assente nell'Agenda della sua Lista civica. Agli elettori ancora indecisi, in ogni caso, è importante ribadire cosa significa cattolico in politica; casomai qualcuno ancora non l'avesse capito.

Un piccolo vademecum per le elezioni, destinato non solo a chi ha a cuore i temi legati alla (mancata) laicità dello Stato, non può che avere un solo ed unico punto: rifuggire i candidati cattolici come la peste. L'aggettivo cattolico, infatti, è per niente neutro: è associabile a una lunga storia di intromissioni nella vita privata delle persone (credenti e non), di oscurantismo verso i diritti civili e libertà individuali che dovrebbero essere garantiti in qualunque società civile e democratica; e di posizioni reazionarie e lobbistiche intransigenti nella vita politica di quei paesi dove i cattolici sono presenti, fossero pure in minoranza. Sinonimi di quell'aggettivo sono: prepotenza, vittimismo, disonestà intellettuale, discriminazione, stolidità ideologica, intolleranza, difesa del privilegio.

Il cattolico in politica crede di essere il proprietario esclusivo del mondo intero; di avere diritto di vita e di morte su chiunque, dimostrando in maniera molto chiara di rimpiangere la teocrazia, al di là delle sue dichiarazioni rassicuranti di elogio della democrazia. Identifica le sue convinzioni e i suoi interessi particolari con quelli di tutti: crede che l'intera società debba necessariamente fondarsi sulla sua ideologia, che non esistano alternative possibili. Crede che istituzioni antichissime (comunque pre esistenti alla nascita della sua ideologia) come il matrimonio e la famiglia, siano invenzioni cattoliche, e di conseguenza ne rivendica il copyright alla sua organizzazione di riferimento. Come una madre ansiosa e possessiva, il cattolico in politica si danna per tenere il più a lungo possibile l'umanità sotto una campana di vetro: ogni cosa che odora di progresso civile è nemica, perché rischia di contaminare suo il piccolo mondo incantato. Vive totalmente fuori dalla realtà: ad esempio ritiene di poterci persuadere che la sua qualità di cattolico lo metta automaticamente al riparo da corruzione e malaffare; vediamo tutti i giorni, invece (si prendano - per fare solo un esempio - le vicende della cattolicissima giunta regionale lombarda presieduta da Roberto Formigoni), come l'adesione all'ideologia cattolica non è affatto garanzia di onestà e trasparenza. Le convinzioni che sono alla base delle sue battaglie ideologiche di retroguardia (ad esempio il tentativo di ingabbiare la mutevole natura e le molteplici forme della famiglia, o la lotta contro l'autodeterminazione delle donne e la libertà di scelta alla fine della vita) sono confutate dalla realtà dei fatti, ma egli rifiuta ostinatamente di prenderne atto. Per lui viene prima il dogma e dopo - semmai - l'essere umano. Piuttosto, ricorre quasi sempre al terrorismo semantico e paventa una rovina totale e globale, quando i suoi interessi particolari sono minacciati, o semplicemente quando crede che ciò possa avvenire.

Il cattolico in politica mistifica e distorce l'idea di democrazia, confondendola (per dolo o ignoranza, o per compiacere la Chiesa) ora con la dittatura della maggioranza, ora con la difesa di un inesistente "diritto naturale", ora con una fraintesa idea di tradizione culturale, che poggia sull'assunto - sballato - che culture e forme di società siano o debbano restare fisse ed immutabili, nei secoli e nei millenni. Comunque sia, si muove sempre con infinita arroganza e prepotenza, come quegli spettatori che vanno ai concerti rock solo per pogare: si piazzano strategicamente in prima fila e, iniziata la musica, prendono a scalciare e sgomitare facendo il vuoto intorno a loro, incuranti del fatto che tutti gli spettatori - non solo loro - hanno pagato il biglietto per partecipare allo spettacolo. O quelli che lasciano sistematicamente la macchina in doppia fila, perché le sue necessità vengono sempre prima di quelle di tutti gli altri.

Il cattolico in politica demonizza la sua controparte, e mente accusandola di volersi comportare esattamente come lui si comporta nella realtà: applica alla lettera e con grande perizia la tecnica vittimistica del chiagni e fotti. Salvo tentare di affogarla nella palude del confronto (la beffa dopo il danno), dopo averla guardata dall'alto in basso con la classica puzzetta cattolica sotto al naso. 

La controparte del cattolico in politica, per la cronaca, è costituita da chi sogna una società civile ed equa, l'unica possibile, quella dove le libertà individuali sono garantite e tutelate, e dove ciascuno può esprimere il proprio talento liberamente perché tutti hanno le stesse opportunità. Il passo successivo non è già più democrazia, ma qualche altra cosa, che invariabilmente tende - più o meno da vicino - alla dittatura. Non a caso, spesso la Chiesa cattolica ha simpatizzato per le dittature, se esse hanno potuto garantire la difesa della sua ideologia e il guadagno o il mantenimento di svariate forme di privilegio. Una volta preso il potere, il cattolico in politica immancabilmente mette in pratica tutti questi comportamenti, impone la sua etica, serve la sua ideologia e le lobby che la incarnano, ignorando le esigenze e legittime aspirazioni di una grande massa di cittadini che ha il solo torto di non averlo sostenuto, assecondato ed eventualmente votato; cittadini che aspirano legittimamente ad ottenere per loro uno spazio di libertà che - nonostante le bugie cattoliche - non lede quelle altrui (al contrario della libertà avocata per loro da certi cattolici, che in questo modo distorcono anche il significato delle parole applicando il meccanismo orwelliano per cui una parola significa esattamente il suo contrario). 

Il cattolico in politica, in effetti, già ora detiene il potere, ma non gli basta: vuole lo strapotere. Ricorre a un raffinato e truffaldino uso del linguaggio, giustificando le proprie azioni con la difesa del "bene comune", ma alla fine si tradisce goffamente, e chiude ogni discussione sbattendo sul tavolo i "valori non negoziabili", supremo atto di stolida arroganza. Ecco perché va evitato come la peste.

Attenzione quindi a non sottovalutare tutto questo, per non ritrovarsi ai piedi del pero quando sarà cominciato il nuovo medioevo. Ci smentissero coi fatti, se credono.

Infine una nota: quando si parla di categorie di persone e delle loro qualità, è sempre opportuno non generalizzare e premettere al discorso un'affermazione del tipo: «Tolte le eccezioni». In effetti, è difficile paragonare, ad esempio, Ignazio Marino con Eugenia Roccella o Maurizio Sacconi. Ma in questo caso viene da domandarsi se sia opportuno fare quella premessa, visto che i cattolici meno inclini all'arroganza e prepotenza di stampo ecclesiale (e non solo in politica ma anche nella società) comunque se ne stanno in silenzio (c'è solo una cosa che fa più rabbia: l'indolenza dei laici), e quindi sono complici. 

Chi tace, dovrebbero sapere, acconsente.

Alessandro Baoli

INGHILTERRA - Uscita dall'Ue? «Rischio di una catastrofe in Gb»


Molti contrari al referendum di Cameron. I trattati non lo vietano.
Sotto la sterlina, nulla. Se il Regno unito davvero uscisse dall’Unione europea «sarebbe una catastrofe per entrambe le parti». Parola di un premier particolarmente interessato allo scenario, l'irlandese Enda Kenny, presidente di turno del Consiglio europeo, oltre a essere un vicino di casa.
PUBBLICA DISAPPROVAZIONE. Grazie al piano di aiuti da 85 miliardi concordato a ottobre 2010 con Ue e Fmi Kenny ha salvato il suo Paese dalla bancarotta. Ma con Londra ha un rapporto a filo doppio, che non gli ha impedito, davanti alla plenaria del parlamento europeo a Strasburgo, di disapprovare esplicitamente la crociata lanciata dall'inquilino di Downing Street, David Cameron, per chiarire il futuro europeo di Londra.
RISCHIO DI DISASTRO ECONOMICO. Che l'uscita del Regno Unito dal club europeo possa tradursi in un disastro economico per l'isola è anche l'implicito corollario del ragionamento proposto da Guy Verhofstadt, ex premier belga di lungo corso e capogruppo dei liberal-democratici, e Daniel Cohn-Bendit, ex leader del maggio '68 francese e leader dei Verdi, nel libro 'Per l'Europa', scritto a quattro mani. Fra il 2040 ed il 2050, hanno fatto notare i due veterani della politica europea, a loro avviso nessun Paese europeo farà parte del G8. Quale spazio potrebbe avere una Gran Bretagna isolata dall'Unione europea? Punto cruciale sono i dati macroeconomici.
CANCELLATA INDUSTRIA MANIFATTURIERA. Il Paese, proprio sulla spinta delle scelte fatte da Margareth Thatcher, negli ultimi 30 anni ha, di fatto, cancellato la sua industria manifatturiera. Puntando sul principio che - stando in un'Europa di grandi Paesi manifatturieri - per la Gran Bretagna, conveniva trasformarsi in Paese produttore di servizi (soprattutto finanziari) anziché affrontare la sfida della competitività.
EXPORT INFERIORE ALL'IMPORT. Il risultato lo leggiamo nelle statistiche sul commercio estero pubblicate da Eurostat. Nei primi 10 mesi del 2012 il Regno Unito ha esportato beni e servizi per 304,9 miliardi euro, ma ne ha importati per 444,8: un bilancio negativo di 139,8 miliardi che è anche di gran lunga il peggior dato tra i 27. Tanto per capire: la Germania ha un attivo da 157,7 miliardi e l'Italia da 6,6. I rischi, in caso di uscita, sarebbero grandi anche per la City, la seconda piazza finanziaria mondiale. Attualmente gode dei vantaggi del libero mercato e della libera circolazione dei capitali e, in quanto tale, attrae i capitali di tutta Europa. Fosse fuori dalla Ue, ben diverso sarebbe l'approccio di tutti i responsabili amministrativo-finanziari dell'Europa continentale.
USCITA PREVISTA DALL'ARTICOLO 50. L'uscita è comunque possibile. Ed è prevista dall'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Secondo il quale «ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione». Per farlo dovrebbe comunicare l'intenzione al Consiglio europeo, aprire un negoziato e definirne le modalità. Col rischio, per la Gran Bretagna, di trovarsi all'imbocco di una strada a senso unico. Verosimilmente isolata anche dalla Scozia, autorizzata da Londra a tenere un referendum per l'indipendenza, nell'autunno del 2014. L'Ue se la vuole tenere stretta, anche se Edimburgo potrebbe dover rinegoziare da zero la sua adesione all'Unione europea.
(Marco Galdi)
(Ansa)

ITALIA - Guerra Monte Paschi di Siena, Pd al contrattacco

Il segretario del Pd: «Se ci attaccano li sbraniamo». D’Alema accusa il Prof. “Monaci corre con lui”. E Vendola affonda: «Perderà». Il Cav. Contro i Democrat. Bankitalia dice sì ai Monti Bond.
Sabato, 26 Gennaio 2013 – Lo scandalo Monte Paschi di Siena agita le acque della politica a un mese dalle elezioni del 24 febbraio. Dopo il tentativo di affondo sul Partito democratico, tradizionalmente molto vicino alla banca di Rocca Salimbeni, Pierluigi Bersani ha deciso di guidare in prima persona il contrattacco del Pd.
«LI SBRANIAMO». L'aria che tira si annusa subito: bastano le parole pronunciate proprio dal segretario del Pd, aprendo la campagna elettorale il 26 gennaio. «Se ci attaccano su Mps li sbraniamo», ha esordito il candidato premier del centrosinistra.
«Sento dire che c'è qualcuno che lascia intendere qualcosa di men che corretto da parte nostra su Mps», ha quindi aggiunto Bersani. «Gente che ha avuto a che fare con il Credito cooperativo fiorentino non si azzardi ad aprir bocca».
Il riferimento a Denis Verdini, coordinatore del Pdl già presidente del defunto istituto di credito cui furono imputate gravi irregolarità nell'amministrazione e gravi violazioni normative, è fin troppo chiaro.
E il pubblico gradisce: in due ore «li sbraniamo» diventa un tormentone sul web, con tanto di hastag su Twitter.
BADILE SUI CONTI PUBBLICI. Ma il contrattacco del Pd non finisce qui. Da un lato Bersani ha proposto di “affidare i poteri commissariali” al presidente della banca, Alessandro Profumo, e all’amministratore delegato, Fabrizio Viola..
Dall'altro, in polemica con le promesse elettorali berlusconiane, ha tenuto il pallino sul fronte dei conti pubblici. «Se non si capisce che non si può fare la spesa con i soldi pubblici», ha detto, «bisogna andare giù col badile».
IL CASO MONACI. Che sulla banca di Siena, tuttavia, siano destinati a registrarsi alcuni dei colpi più scoppiettanti della campagna elettorale si era già visto dalle prime ore del mattino. Quando Massimo D'Alema, l'eminenza grigia del Pd, ha lanciato i propri strali contro Mario Monti, ribaltando le carte delle accuse incrociate su Mps.
«Monti», ha dichiarato l'ex presidente del Consiglio, «che ora punta il dito contro di noi, ha preso quello che fino all'ultimo ha sostenuto la vecchia gestione di Mps e ha contribuito a rovesciare il sindaco, e lo ha messo nella sua lista elettorale. E si mette pure a farci la morale. Siccome ho stima di Monti, sono sicuro che qualcuno ha preso la decisione alle sue spalle».
Il riferimento è ad Alfredo Monaci, ex amministratore dell'istituto senese, candidato nella Lista Monti in Toscana alla Camera.
«Quello che viene nascosto», ha aggiunto il deputato Pd, ospite del programma Omnibus in onda su La7, «è che la politica si è presa la responsabilità di sostituire i vertici di Mps. Il sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, ha preferito dimettersi, piuttosto che lasciare le cose come stavano. Questa volta la politica non è stata presa in contropiede dalla magistratura. Oltre un anno fa chi aveva la responsabilità se l'è presa». DIFESA CECCUZZI. «Non accade spesso, «ha concluso D'Alema, «che qualcuno, nel prendere decisioni difficili, sia costretto a lasciare il proprio posto e questo lo ha fatto il sindaco di Siena e non lo ha fatto oggi perché c'è un'inchiesta. Anzi, forse l'inchiesta non sarebbe mai partita se non ci fosse stato questo l'intervento».

Vendola: «Monti perderà le elezioni»

Nelle stesse ore, da un altro palcoscenico, Nichi Vendola ha rincarato la dose contro il Prof. Che, a suo dire, “perderà le elezioni”. Il leader Sel non ha manifestato alcun dubbio: «Monti è nostro avversario, la sua apertura al Pdl è emblematica e ha rivelato il suo sentimento genuino di uomo di destra», ha detto. Dovrebbe fare un passo indietro e «rassegnarsi».
«NON RIUSCIRÀ A DIVENTARE LA BADANTE DI BERSANI». «Perderà queste elezioni e non riuscirà a diventare la badante di Bersani», ha aggiunto. Per Vendola, «immaginare di purgare il centrosinistra da Sel significa cercare di sopprimere il centrosinistra».
«È importante», ha aggiunto, «che ognuno si collochi dove gli suggerisce la sua cultura» e per Monti «vale il titolo del libro di Susanna Tamaro, Va dove ti porta il cuore».
«IL CAV DIFENDE I PROPRI INTERESSI». Per Vendola, «la sola coalizione in campo per vincere è quella guidata da Bersani», mentre le altre coalizioni «sono in campo solo per impedire la pienezza della nostra vittoria». Silvio Berlusconi? È tornato con in testa un solo pensiero: «Guadagnare qualche rientro sulla scena pubblica magari con un governo di larghe intese, per la necessità di difendere i suoi interessi».

UCRAINA - Valanga giudiziaria rischia di travolgere Tymoshenko


Per ex premier in arrivo nuovi processi e inchieste

Kiev, 25 gen. - È una vera e propria valanga giudiziaria quella che ha investito Yulia Tymoshenko, già condannata a sette anni per abuso di potere, con un processo in corso per malversazione ed evasione fiscale e uno che sta per aprirsi per il coinvolgimento nell'omicidio del deputato Evgeni Sherban. Ma la fila dei procedimenti potrebbe anche allungarsi, almeno secondo il vice procuratore generale Renat Kuzmin, che ha preannunciato altri casi in cui l'eroina della rivoluzione arancione potrebbe essere chiamata a rispondere penalmente.

Si tratta di vicende risalenti al periodo del suo secondo governo (2007-10) che riguardano la presunta sottrazione di fondi destinati all'applicazione del protocollo di Kyoto (380 milioni di euro) e l'acquisto di ambulanze a prezzi gonfiati (6 milioni di euro). La procura sarebbe intenzionata a indagare anche sulla presunta corruzione di alcuni membri della Corte suprema nel 2003, quando Tymoshenko avrebbe tentato di ammorbidire i giudici (per un totale di 175 mila dollari) per bloccare le investigazioni sulla Uesu, il colosso energetico che ha guidato alla metà degli anni Novanta. Il caso, chiuso nel 2005 dopo la rivoluzione arancione non appena Yulia Vladimirovna giunse per la prima volta al governo, è ritornato all'attenzione della giustizia nel 2010, con l'arrivo del nuovo presidente Victor Yanukovich.

RUSSIA - Duma si prepara ad approvare progetto di legge anti gay


Che vieta 'propaganda omossessuale' davanti ai minori

Mosca, 25 gen. - Il parlamento russo si prepara a dare un primo via libera al progetto di legge che vieta la "propaganda" omosessuale tra i minori, un testo che nei fatti proibisce ai gay di manifestare o di baciarsi in pubblico. Il controverso disegno di legge si fonda su una norma già in vigore dall'anno scorso nella città natale del presidente Vladimir Putin, San Pietroburgo, e in varie altre regioni. Tra l'indignazione degli attivisti, il partito di Putin Russia Unita ha ora presentato alla Duma un progetto di legge federale.

Le grandi città come Mosca, che ogni anno vieta la gay parade, non vedono di buon occhio l'omosessualità, che fu illegale per gran parte dell'era sovietica. Il testo attuale proibisce "la propaganda di comportamenti omosessuali tra i minori". Gli attivisti temono che la formulazione vaga possa condurre a sanzioni per i gay che manifestano o che semplicemente si tengono per mano in pubblico. Le multe previste vanno dai 5.000 rubli per i privati cittadini ai 50.000 per i pubblici ufficiali. Le persone giuridiche, come le scuole, potranno essere multate fino a 50.000 rubli.

I deputati della Duma russa hanno votato a favore in prima lettura su un progetto di legge che vieta la "propaganda" dell'omosessualità tra i minori. Il testo ha avuto 388 voti a favore, uno contrario e un'astensione.

ITALIA - Vendola dichiara "Monti di destra, apertura a Pdl emblematica"


Ma perderà le elezioni e non diventerà badante della sinistra

Milano, 26 gen.  - "L'apertura di Monti al pdl delle ultime ore è emblematica" perché "è un uomo di destra" ed è "un nostro avversario". Lo ha detto il leader di Sinistra e Libertà Niki Vendola, a Milano per la presentazione delle liste elettorali di Sel.

"Monti scende in campo presentandosi come la badante del centrosinistra nel nome di quella elite che chiunque vinca devono vincere loro - ha detto Monti - Svelando così il suo animus reale, cioè il suo sentimento genuino di uomo di destra". "E' bene che Monti - ha aggiunto - che rappresenta una scissione nel polo conservatore, l'anima pià schiettametne liberista del centrodestra, fa la sua operazione, ma è un nostro avversario". "Credo che sia importante che ciascuno si collochi dove gli suggerisce la sua natura, la sua storia - ha aggiunto Vendola - e per Monti suggerisco il titolo della Tamaro: "Va' dove ti porta il cuore". In ogni caso, ha detto Vendola, "Monti si deve rassegnare: perderà queste elezioni e non diventerà la badante di Bersani".

EGITTO - Secondo anniversario rivoluzione, scontri al Cairo


A Piazza Tahrir manifestanti lanciano sassi contro forze ordine

Il Cairo, 25 gen. - Forti tensioni in occasione delle manifestazioni al Cairo per il secondo anniversario della rivoluzione in Egitto, che portò alla destituzione di Hosni Mubarak e alla formazione di un governo islamista. Una sassaiola è in corso a Piazza Tahrir, dove i manifestanti si sono radunati intonando slogan contro i Fratelli Musulmani - il potente gruppo islamista da cui proviene il presidente Mohamed Morsi - e il loro numero dovrebbe crescere nel pomeriggio.

"Il popolo vuole la caduta del regime", hanno urlato alcuni giovani in una strada limitrofa a piazza Tahrir, da dove hanno lanciato sassi contro un muro di cemento eretto dalle forze di sicurezza. Ieri la polizia si era scontrata con i manifestanti che cercavano di smantellare questo muro, con sporadici disordini anche nella notte.

Alcuni manifestanti hanno lanciato massi contro la polizia in tenuta antisommossa, che ha reagito sparando gas lacrimogeni. Il ministero degli Interni ha riferito che cinque poliziotti sono rimasti feriti e ha lanciato un appello ai manifestanti a evitare scontri e provocazioni.

ITALIA - Scontro Cs-Monti, lui: spero delusi Pdl e Lega si interessino a noi


Premier presenta liste a Milano. Vendola: nostro avversario, perderà. Bersani: "Un guru gli ha suggerito di attaccarci"
Milano, 26 gen.  - Continua lo scontro tra Mario Monti e il centrosinistra. Parlando a Milano alla presentazione delle liste di Scelta civica per le elezioni, il premier uscente ha detto: "Ci auguriamo che molti elettori del Pdl e della Lega, che hanno trovato tradita la rivoluzione liberale e il federalismo, e trovato intollerabili gli scandali che hanno travolto il centrodestra e i suoi uomini, il 24 e 25 febbraio possano essere interessati a questo tentativo".

Riguardo al lavoro del governo, ha proseguito, la "riforma del lavoro avrebbe potuto andare un po' più a fondo, ma la sinistra non l'ha consentito in parlamento". Analogamente, la "nostra riforma della giustizia avrebbe dovuto andare ancora più lontano, ma il centrodestra non l'ha consentito. Ho capito - ha osservato Monti - che il cuore della politica per trasformare l'Italia è il parlamento. Ecco perché siamo qui", anche se siamo parte di una società che ha sempre considerato a debita distanza la politica".

Critiche al premier oggi sono arrivate durissime dal leader Sel, Nichi Vendola: "Monti è il nostro avversario, si deve rassegnare, perderà queste elezioni e non diventerà la badante di Bersani". Per il leader di Sel nella vicenda Mps Monti deve tacere perché gli amici "di Mussari stanno con lui".

E Pierluigi Bersani, il quale ha scritto su Twitter che "dietro agli attacchi di Mario Monti al Pd ci sarebbero i "consigli" di un "guru". In un altro tweet Bersani ha aggiunto: "Ai toni aggressivi contro gli avversari di Berlusconi siamo abituati, a Monti no!". E sulla vicenda del Monte Paschi: è stato il sindaco Pd di Siena a lavorare per il "ricambio" del gruppo dirigente di Mps, mentre chi si oppose al rinnovamento "ora è candidato con Monti". "Il sindaco Pd - ha scritto ancora il leader Pd - iniziò a favorire ricambio gruppo dirigente nuovo. Ma il gruppo dirigente nuovo è arrivato ed è saltato il sindaco Pd e chi si è opposto al ricambio ora è candidato con Monti!".

lunedì 21 gennaio 2013

ALGERIA - Capo islamista rivendica attacco e chiede stop in Mali

Mokhtar Belmokhtar si presenta come membro di al Qaida
Roma, 21 gen. - Il leader islamista algerino Mokhtar Belmokhtar, che ha un occhio solo ed è soprannominato "Mr. Marlboro" per il suo impero fondato sul contrabbando di sigarette, ha rivendicato la responsabilità per la crisi degli ostaggi nell'impianto energetico di In Amenas.

"Noi di al Qaida siamo responsabili di questa operazione che benediciamo", afferma in un nuovo video ottenuto dall'agenzia mauritana Sahara Media, presentandosi per la prima volta come membro di al Qaida.

In questo messaggio video registrato, che porta la data del 17 gennaio 2013, Belmokhtar si dice anche disposto a negoziare con l'Algeria e i Paesi occidentali a condizione che cessi l'operazione militare in corso in Mali. Inoltre, precisa che l'attacco all'impianto di In Amenas è stato condotto da quaranta jihadisti provenienti da vari paesi musulmani e anche da paesi occidentali, a nome dei "Firmatari con il sangue" (gruppo da lui creato).

Belmokhtar spiega che l'attacco è stato condotto per rappresaglia contro l'Algeria, che "ha permesso al colonizzatore di ieri (la Francia, ndr.) di utilizzare il suo suolo e il suo spazio aereo per uccidere i nostri in Mali".

La crisi, iniziata mercoledì, si è risolta sabato con un blitz finale delle forze speciali algerine. Incerto ancora il bilancio delle vittime. Finora sono stati ritrovati i corpi di 25 ostaggi. Sarebbero stati uccisi inoltre anche 32 terroristi.

FINANCIAL TIMES - «Monti? Non è l'uomo giusto»


Il giornale inglese: «Inadatto a tener testa alla Merkel» .
Lunedì, 21 Gennaio 2013 - Altro che investitura a guidare l'Italia, come si poteva pensare dopo gli elogi ricevuti a inizio mandato.
Il Financial Times ha bocciato Mario Monti.
La dura sentenza del quotidiano inglese è arrivata dalla penna di Wolfgang Munchau che ha firmato un commento al vetriolo dal titolo «Monti is not the right man to lead Italy», cioè «Monti non è l'uomo adatto a guidare l'Italia».
INCAPACE CONTRO LA MERKEL. Una frase che ha ricordato a molti la stroncatura dell'Economist su Silvio Berlusconi nel 2001.
Nell'articolo il premier italiano è stato giudicato «incapace di tener testa ad Angela Merkel che non vuole una banca centrale forte» e il suo operato caratterizzato da «promesse di riforme poi sfociate in un rialzo delle tasse».
A Monti il Ft non ha perdonato nemmeno la sua 'salita' in politica. Alludendo al ruolo di tecnico super partes che il premier si era ritagliato, un civil servant che una volta ultimato il suo lavoro sarebbe tornato a vita privata.
QUARTA VIA ALL'ITALIANA. La situazione dell'Italia descritta dal quotidiano economico inglese non è delle più rassicuranti. Anzi. Secondo il Ft, «ancora una volta, un governo europeo ha sottovalutato l'impatto prevedibile di austerità. Dopo aver mostrato quasi nessuna crescita per un decennio, l'economia italiana si attarda in una recessione lunga e profonda».
«Come gli altri paesi sulla sponda meridionale della zona euro, l'Italia deve affrontare tre opzioni. La prima è quello di rimanere nell'euro e prenderne da solo il peso sia l'adeguamento economico, in termini di costi unitari del lavoro e inflazione, sia di bilancio. La seconda è quello di rimanere nella zona euro, subordinata alla regolazione condivisa tra creditori e Paesi debitori. La terza è quello di lasciare l'euro. I successivi governi italiani hanno provato una quarta opzione, stare nell'euro, concentrarsi a breve termine solo sul risanamento dei conti pubblici e attendere».
HA SOLO AUMENTATO LE TASSE. E qui è arrivata la prima critica Monti. In vista delle prossime elezioni «Monti ha promesso riforme e ha finito per aumentare le tasse. Il suo governo ha cercato di introdurre modeste riforme strutturali».
Dall'altra parte, prosegue il Financial Times sulla situazione italiana, Pier Luigi Bersani pur avendo sostenuto le politiche di austerità, adesso tenta di prenderne le distanze. Il leader del Pd si è inoltre mostrato esitante rispetto alle riforme strutturali anche se potrebbe avere, rispetto a Monti, una chance maggiore, seppur marginale, nel confronto con la Merkel grazie alla sua migliore possibilità di collaborazione con François Hollande, il presidente francese socialista.
Monti invece, ha proseguito il quotidiano, da premier non ha detto alla cancelliera tedesca «che l'impegno per la moneta unica sarebbe dovuto dipendere dall'unione bancaria, dagli eurobond e da politiche economiche più espansive da parte di Berlino».
ITALIANI SALVATI DA DRAGHI. Infine la stoccata più perfida. Secondo il giornale inglese il professore della Bocconi ha sempre detto di aver salvato l'Italia dalla catastrofe finanziaria e dal suo predecessore Silvio Berlusconi, ma «la maggior parte degli italiani sa che questo compito è stato svolto da Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea».
Munchau ha concluso il suo commento augurandosi che la «storia accordi a Monti un ruolo simile a quello giocato da Henrich Bruning, il cancelliere tedesco tra il 1930-1932. «Anche lui è stato parte di un consenso prevalente sul fatto che non ci fosse alternativa all'austerity. L'Italia ha ancora poche scelte. Ma le deve fare», è stata l'amara conclusione.

GERMANIA - Batosta per Merkel alle regionali


La Bassa Sassonia boccia la Cdu. Ora è testa a testa con l'Spd e coi Verdi in vantaggio di un seggio.
Brutta batosta per Angela Merkel.
Domenica, 20 Gennaio 2013 - Secondo i primi exit poll, la Cdu della cancelliera accuserebbe un pesante calo nel voto in Bassa Sassonia.
UN SEGGIO IN PIÙ. I rosso-verdi, fino ad oggi all'opposizione, avrebbero infatti raggiunto la maggioranza dei seggi, superando la coalizione di Angela Merkel. Secondo le ultime proiezioni (non definitive), divulgate dalle tv tedesche Zdf e Ard, socialdemocratici e Verdi avrebbero un seggio in più rispetto alla coalizione governativa giallo nera costituita da Unione (Cdu-Csu) e Liberali.
Il partito di centrodestra infatti avrebbe ottenuto il 36,2% dei voti: 5 punti in meno rispetto alle ultima tornata elettorale. Buona prestazione dell'Spd che in linea con i sondaggi ha incassato il 32,6% delle preferenze, i verdi si sarebbero attestati al 13,6%, mentre i liberali dell'Fdp resterebbero dentro il parlamento con il 9,9%. Per l'Spd guidata da Steinbruk può essere un test per la leadership a livello nazionale. Che è ancora saldamente nelle mani di Frau Merkel.
TESTA A TESTA PER IL GOVERNO. In ogni caso è testa a testa tra le due coalizioni per il governo del Land.
La Cdu della cancelliera Angela Merkel e i liberali dell'Fdp otterrebbero infatti il 46,1% dei consensi. Spd e Verdi invece vorrebbero strappare la guida del Land ai giallo-neri della amministrazione uscente in un test elettorale chiave per la politica tedesca.
Alle elezioni di cinque anni fa, la Cdu ottenne il 42,5%, l'Spd il 30,3, i Liberali l'8,2, i Verdi l'8. La Linke (sinistra), che stando agli exit poll stavolta è fuori dal Parlamento con un 3%, ottenne il 7,1%.
Se i risultati degli exit poll venissero confermati sarebbe una netta vittoria per il vicecancelliere Philipp Roesler.
Il vicecancelliere e leader del partito era stato duramente attaccato nelle settimane scorse, e molti colleghi avevano chiesto le sue dimissioni, nel caso in cui l'Fdp non fosse riuscito a entrare nuovamente in Parlamento, nel Land governato fino ad ora da una coalizione giallo-nera, mancando l'obiettivo della soglia del 5%.
FUORI LA SINISTRA E I PIRATI. Sono fuori dal Parlamento regionale della Bassa Sassonia la Linke (sinistra), che secondo gli exit poll ha raggiunto il 3%, e i Pirati, il cui risultato non viene neppure segnalato, e viene dato dalle prime analisi del voto alla voce 'altri partiti'. Per la Linke, che cinque anni fa ottenne il 7,1%, si tratta di una pesante sconfitta. La progressiva scomparsa dei Pirati dallo scenario politico - dopo i successi a due cifre riportati l'anno scorso, con i quali avevano spiazzato i partiti tradizionali - segue il trend del partito a livello nazionale, dove è dato dai sondaggi da tempo al 3%-

ISRAELE - Il nazionalismo fa Muro


Alla vigilia del voto, Paese ripiegato in se stesso. Netanyahu ha la vittoria in tasca. E la sinistra pare già sconfitta.
di Cargo Ship
Domenica, 20 Gennaio 2013 - Al check-point di Kalandia, uno dei molti passaggi di frontiera tra Israele e i territori palestinesi segregati dal muro di Separazione che ha isolato la West Bank, migliaia di arabi sono costretti in gabbie metalliche a stretta misura d'uomo, incolonnati in file che nelle ore di punta si protraggono anche per due ore, senza servizi igienici e alcuna comodità.
L'ESODO PALESTINESE DEI LAVORATORI. L’esodo quotidiano del popolo palestinese che ogni mattina si spinge a Gerusalemme in cerca di lavoro ha il sapore dell'umiliazione. Ma la sicurezza interna è l’imperativo che ha colpito gli anticorpi dell'opinione pubblica israeliana, convinta che le misure di difesa legittimino una interpretazione liquida dei diritti umani.
L'EREDITÀ DELLA SECONDA INTIFADA. Così, le elezioni parlamentari del prossimo 22 gennaio in Israele si giocano tutte sul lascito della tragica seconda intifada nel tessuto politico e sociale del Paese. E sono destinate – i sondaggisti non hanno dubbi - a consacrare la destra e a sigillare il tramonto della sinistra parlamentare.
L'eredità sulfurea delle ultime guerre con Hamas e Fatah funziona a lento rilascio e consegna agli elettori una nazione ripiegata su se stessa, e non solo per le bordate che si sono scambiati a distanza negli ultimi giorni prima del voto Barack Obama e il premier uscente, in attesa di riconferma, Bibi Netanyahu.

I palestinesi vittime dei soldati di Gerusalemme

Nella settimana prima del volo almeno cinque palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani mentre si trovavano nelle vicinanze del Muro. Martedì 15 gennaio l'ultimo episodio: un sedicenne disarmato che si stava allontanando da una manifestazione è stato abbattuto da tre colpi. La presenza di testimoni ha costretto l'esercito a promettere un'inchiesta sull'accaduto.
LE INCHIESTE COL CONTAGOCCE. È una rarità. Dallo scoppio della seconda intifada, finita formalmente nel 2005, anche le inchieste per le azioni cruente dei militari non scattano più in automatico: sono prerogativa del ministero della Difesa, il vero cuore del potere nell'esecutivo israeliano.
LE SPESE PER COSTRUIRE IL MURO. E l’edificazione dell’immenso muro di segregazione tra Israele e Palestina è stato, dal 2008, una delle spese di maggior rilevanza in una declinazione tra sicurezza e business che difficilmente può passare inosservata.
Gli hummer israeliani, agili e micidiali, pattugliano l'area di Gerusalemme est dalla quale al mattino presto affluiscono lavoratori e studenti arabi di ogni età.
LA SIRENA E LE NUOVE PERQUISIZIONI. Il suono breve e inconfondibile della loro sirena è la colonna sonora del conflitto mai finito tra due popoli. Quando dal mezzo arriva laconico l'avvertimento, la gente ubbidisce all'ordine impartito: spostati da lì, mostra i documenti, o un’ulteriore perquisizione dopo aver già superato un check-point.
Gli attivisti israeliani, in genere signore sopra i 60 anni che svolgono anche monitoraggio presso i temibili tribunali militari, passano tutte le mattine come osservatrici umanitarie proprio nella zona araba di Gerusalemme.

Il periodo buio della sinistra israeliana

Ma gli attivisti, sparsi in una miriade di sigle, sono l’ultimo baluardo della sinistra israeliana, che vive il suo periodo più cupo. Paga l'inconcludenza dei propri partiti, incapaci alle precedenti elezioni del 2009 di formare un governo con la centrista Tipzi Livni.
L'ASSASSINIO POLITICO DI RABIN. Ma la sinistra paga anche - perché in Israele le dinamiche hanno la memoria lunga - la fine dell'avventura politica di Yitzhak Rabin, assassinato nel clima di assurda tensione che scosse il Paese nel 1995 quando invece della pace promessa arrivarono i kamikaze.
Da allora, con attori diversi, la destra ha avuto campo libero e la medesima parentesi al governo di Ehud Barak, ex leader laburista fresco di abbandono della vita politica, stimatissimo da Netanyahu e regista di tutta la strategia difensiva israeliana degli ultimi anni, non ha portato a nessuna sostanziale modifica nei rapporti coi palestinesi.
IL FOCUS SOLO SU ECONOMIA E IRAN. A riprova dello stallo totale, nell'agenda politica elettorale del prossimo 22 gennaio il conflitto israelo-palestinese non è quasi presente. Anche le primavere arabe sono ininfluenti. Conta solo la situazione economica sul versante interno e il dossier Iran su quello estero.

Anche i film accompagnano la transizione elettorale

L’attenzione verso sé stessi e la propria storia si riflette anche nella produzione culturale che sbanca i botteghini in questi giorni pre elettoriali. A Gerusalemme e Tel Aviv non si trovano più posti nei cinema per The Gatekeepers, di Dror Moreh, racconto in prima persona per voce degli ex capi dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, della storia d'Israele dalla fondazione a oggi.
TRA MORALE E RAGION DI STATO. Candidato agli Oscar, il film ha diviso la critica e la stampa nel dibattito, che poi è il fil rouge di questa terra, tra morale e ragion di Stato. Soprattutto per il finale brusco, in cui Amy Ayalon, carismatico ex capo della marina e dello Shin Bet sentenzia: «Finiremo col vincere tutte le battaglie e perdere la guerra».
La riflessione è un esempio, forse unico nel mondo occidentale, di un Paese che vira decisamente a destra senza le semplificazioni del populismo e del voto acritico.
LA RESPONSABILIZZAZIONE COMUNE. L'opinione pubblica, il sistema educativo, la stessa leva militare obbligatoria (tre anni per i ragazzi e due per le ragazze), impongono a tutti, tranne forse agli ultraortodossi, di crescere in fretta e di responsabilizzarsi sui temi del bene comune.
La vittoria annunciata della destra non è quindi la risposta irrazionale di una maggioranza becera, ma il sentimento diffuso e plausibile che i nemici, soprattutto esterni, sono più determinati che mai. Che il rimedio sia il nazionalismo e la guerra, però, è tutto da dimostrare.

sabato 19 gennaio 2013

MALI - Emergenza esodo dei profughi


Allarme umanitario: oltre 700 mila pronti a lasciare il Paese. Per fuggire dall'inferno di al Qaeda. Ma anche dalle bombe francesi. Casa Bianca e Pentagono in disaccordo su intervento.
di Barbara Ciolli
Sabato, 19 Gennaio 2013 - Un esodo di massa dalla bombe francesi e dalla furia jihadista.
Il flusso di profughi dentro e fuori i confini del Mali è in crescita esponenziale a una settimana dall'inizio della nuova guerra al terrorismo.
L'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr) ha stimato che oltre 700 mila persone fuggiranno dalle barbarie nei prossimi mesi. In 300 mila potranno essere accolte nei campi delle Nazioni unite nello stesso Mali martoriato dai combattimenti e dalla povertà.
Altri 407 mila sfollati dovranno invece trovare posto in Mauritania, Burkina Faso, Niger, Algeria, Guinea e Togo: Stati vicini, a loro volta politicamente instabili, minacciati dalle rivolte e in drammatica emergenza siccità.
OLTRE 180 MILA ESPATRIATI. La crisi umanitaria montava da tempo. Da quasi un anno, con l'avanzare degli islamisti, la striscia del Sahel stretta tra il Sahara e l'Africa nera vive una drammatica emergenza. L'Algeria è oggi schiacciata dal peso di oltre 30 mila profughi che premono sugli oltre 6 mila chilometri di confine.
Mentre 150 mila persone spingono per entrare in Mauritania, Burkina Faso e Niger; il Sud del Mali è assediato da quasi 230 mila sfollati e si teme l'emergenza sanitaria.
FUGA DA SHARIA E BOMBE. Chi fugge, ha raccontato alle Ong, lo fa per tre motivi: scampare alla legge del taglione degli integralisti, trovare cibo e acqua con cui sfamarsi. E, sopravvivere, scappare dalle bombe. I raid stranieri hanno aggiunto sofferenze a sofferenze.
Alle amputazioni e agli abusi contro le donne dei jihadisti si sono anzi sommate le esecuzioni brutali e gli stupri dei soldati. Di entrambi gli schieramenti e in un clima di violenza etnica bipartisan.

Amputazioni, stupri e lapidazione: i profughi traumatizzati del Mali

Nella triade di fondamentalisti che occupa il Nord del Paese, il Movimento per l'Unicità e la Jihad in Africa occidentale (Mujao) è il gruppo più estremista e crudele.
Abbattuti i millenari mausolei di Timbuctù (patrimonio dell'Umanità dell'Unesco), i miliziani hanno sottomesso gli abitanti alla versione più integralista della sharia. Per reati ordinari come il furto di bestiame, i tribunali islamici sommari dei nuovi talebani ordinano l'amputazione di braccia e gambe, frustate e fustigazioni pubbliche.
Fumare e bere è proibito, così come ascoltare musica o saltare la preghiera quotidiana. Alle donne è stato imposto il velo integrale e chi, anche minorenne, rifiuta i matrimoni combinati con i miliziani jihadisti, rischia la morte per lapidazione.
SPOSE-BAMBINE STUPRATE. La Commissione nazionale del Mali per i diritti umani ha denunciato casi di spose-bambine di 10 anni, costrette alle nozze e poi violentate. Ha fatto notizia anche la storia di una ragazza maliana “moglie” di sei miliziani in una notte: l'unione in nozze diventa infatti spesso la scusa per perpetrare stupri di gruppo.
Gli stessi comandanti del Mujao hanno ammesso alla stampa africana come la religione prescriva loro di «sposare una ragazza che, a 12 anni, potrebbe perdere la verginità in modo sbagliato». Bambini di 10-12 anni sarebbero stati poi sottratti ai genitori, in cambio di 10 dollari per il cibo, e reclutati nei campi militari per sparare e piazzare bombe.
Ma neanche gli islamisti di al Qaeda nel Maghreb (Aqmi) e i tuareg salafiti di Ansar Dine, alleati del Mujao, ci vanno per il sottile durante le loro razzie: anche nel loro caso sposare minorenni, per avere una copertura legale con cui stuprarle, e poi abbandonarle dopo il «divorzio» è ormai una prassi diffusa.
UNA MATTANZA INDISCRIMINATA. A riprova delle violenze ormai indiscriminate, un report del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite ha riferito di abusi e atrocità commessi anche dall'esercito regolare del Mali, e di esecuzioni sommarie di soldati da parte degli indipendentisti “moderati” del Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (Mnla).
Ospedali e scuole sono stati distrutti negli scontri, manca persino il carburante per rifornire le stazioni di depurazione dell'acqua. Metà dei profughi, descritti come profondamente traumatizzati dalle agenzie umanitarie, è composta da bambini in fuga con le madri, con gravi carenze nutrizionali e sanitarie.
I TAGLI NEGLI AIUTI. Acqua potabile, kit igienici e farmaci anti-malarici sono di prima necessità. Ma, mentre Amnesty international ha invocato l'invio di osservatori internazionali, il programma alimentare delle Nazioni unite, con i tagli di budget del 2013, vacilla.
L'esodo dal Mali, ogni giorno conta migliaia di persone. E con quasi 100 milioni di dollari in meno a Palazzo di Vetro, la distribuzione di cibo e bevande è a rischio.