Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 27 aprile 2013

ITALIA - Enrico Letta presenta la sua squadra di governo


La lista dei componenti del nuovo esecutivo: Bonino agli Esteri, Saccomanni all'Economia, Alfano all'Interno, Cancellieri alla Giustizia. Sette donne, Kyenge la prima di colore. Giuramento il 28 aprile.

Sabato, 27 Aprile 2013 - La squadra dei ministri del governo Letta è finalmente compiuta. Dopo l'attesissimo incontro con il capo dello Stato Giorgio Napolitano e i colloqui coi leader dei partiti, il 27 aprile il premier incaricato ha sciolto la riserva e ha presentato al Quirinale la lista con i 21 nomi dei componenti del nuovo esecutivo.
Tra i più importanti ci sono Emma Bonino agli Esteri, Fabrizio Saccomanni all'Economia, Annamaria Cancellieri alla Giustizia e Angelino Alfano (vicepremier) all'Interno. Filippo Patroni Griffi è il nuovo sottosegretario.


ESTERI. Emma Bonino.

ECONOMIA. Fabrizio Saccomanni.

INTERNO (e vicepremier). Angelino Alfano.

GIUSTIZIA. Annamaria Cancellieri.

DIFESA. Mario Mauro.

LAVORO. Enrico Giovannini.

SVILUPPO. Flavio Zanonato.

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI. Maurizio Lupi.

POLITICHE AGRICOLE. Nunzia di Girolamo.

AMBIENTE. Andrea Orlando.

ISTRUZIONE. Maria Chiara Carrozza.

BENI CULTURALI. Massimo Bray.

SALUTE. Beatrice Lorenzin.

Ministri senza portafoglio: Enzo Moavero Milanesi (Affari europei). Graziano Delrio (Affari regionali). Carlo Trigilia (Coesione territoriale). Dario Franceschini (Rapporti con il parlamento). Gaetano Quagliariello (Riforme costituzionali). Cecile Kyenge (Integrazione). Josefa Idem (Pari opportunità e sport). Giampiero Dalia (Pubblica amministrazione).

LASCIARE L'ITALIA: chi sono i nuovi migranti


Giovani e senior. Tutti delusi dal sistema. Traslocano in Canada e in Cina. Ma anche in Australia e Sudamerica. Le storie e le esperienze di chi si è lasciato il Paese alle spalle.

di Giovanna Faggionato

Sabato, 27 Aprile 2013 - La diaspora non conosce battute d'arresto. Gli italiani scappano dall'Italia al ritmo di quasi 200 mila all'anno. Sono donne e uomini in fuga da un Paese chino su se stesso, svuotato di energia e incapace di futuro.
4 MILIONI DI ESPATRIATI. Alla fine del 2012, l'Anagrafe degli italiani all'estero del ministero dell'Interno contava 4 milioni e 340 mila espatriati. Come se la popolazione di Roma e dintorni avesse deciso in blocco di cambiare nazione. Nella nuova fuga le regioni di provenienza contano sempre meno. Il Lazio è il terzo polo per numero di partenze, dietro a Sicilia e Campania. Poi ci sono la Puglia e la Lombardia, seguite da Veneto e Piemonte. Per dare un'idea, nel 1992, quando al governo c'era Giuliano Amato, tornato alla ribalta delle cronache come una riserva della Repubblica, l'Aire registrò 122 mila nuove iscrizioni.
AUMENTO DEL 12% L'ANNO. Da allora nelle cifre degli espatriati si può leggere la stagnazione del Paese. Ogni crisi è stata anticipata da fughe preventive e seguita da ondate di partenze per rassegnazione. Nel 2006 si è toccato il picco di 253.968 migranti. E dal 2008 al 2012 gli addii sono aumentati ad un tasso del 12% annuo.

Boom dell'emigrazione in Canada: + 29% in quattro anni


Le mete sono quelle di sempre. Le vie tracciate dai nonni emigrati prima del boom economico, prima del mito della Vespa e di via Veneto. Argentina e Germania, i nemici-amici con nazionali eroiche da sfidare negli stadi, sono ancora le nazioni più gettonate con, rispettivamente, 691 mila e 652 mila presenze. Poi vengono Svizzera, Francia, Brasile, Belgio e Stati Uniti. Negli ultimi quattro anni le partenze per Buenos Aires e Berlino sono aumentate rispettivamente del 20,7% e del 7,3%.
Ma altri orizzonti hanno fatto breccia tra gli italiani in fuga. Per il Canada, per esempio, è vero boom: i connazionali residenti sono aumentati del 29% in quattro anni. In Cina sono cresciuti a un tasso ancor più sorprendente (+ 61%), ma i residenti (cioè quelli che si sono registrati negli elenchi) si fermano sotto quota 7 mila.
LA GERMANIA CERCA FORZA LAVORO. Anche la crisi contribuisce a plasmare i flussi migratori. E in qualche caso sono i governi a incanalarli. In Europa si assiste a una triste transumanza dai Paesi più deboli a quelli più forti dell'Unione.
Nel 2013, per esempio, attraverso la piattaforma Eures, l'agenzia europea che si occupa di mobilità, il governo di Berlino ha lanciato anche in Italia The Job of my life (il lavoro della mia vita).
Un programma coordinato dai ministeri del Lavoro italiano e tedesco per il reclutamento di giovani italiani dai 18 ai 35 anni (in alcune eccezioni a 40 anni) per contratti di apprendistato trasformabili a tempo indeterminato.
7 MILA CURRICULUM ALLE SELEZIONI. Prima di approdare in Italia, il progetto di Berlino ha fatto il tour dei Pigs europei, toccando Irlanda, Portogallo e Spagna. «Le selezioni», ha spiegato a Lettera43.it, Carmen Nettis, dello sportello Eures Italia del ministero di Roma, «sono iniziate a febbraio e si sono chiuse ad aprile». In circa tre mesi, sono stati raccolti 7 mila curriculum.

I nuovi migranti: giovani con competenze spendibili, imprenditori e famiglie intere


Cambiano i viaggi, ma soprattutto cambiano i viaggiatori. Una volta partivano solo i giovani laureati sfornati da un sistema universitario inefficiente e fondato su promesse impossibili da mantenere. Ora invece, sono ragazzi con competenze spendibili su molti mercati, ma stanchi di un Paese faticoso e soprattutto di una condanna alla precarietà eterna.
Diego e Jlenia, per esempio, hanno scelto il Canada, Paese freddo e civile: «Non ci ritrovavamo più in quest'Italia», hanno spiegato a Lettera43.it. Sono partiti nel 2011, grazie al visto working holiday (vacanza lavoro) con il quale Ottawa importa abitanti e braccia per le praterie e le città del Nord. La loro avventura raccontata in un blog ha attirato l'attenzione di talmente tanti italiani desiderosi di andarsene che oggi la giovane coppia tiene vere e proprie conferenze sui passi da compiere e gli errori da evitare di fronte a centinaia di potenziali migranti.
DALLA CINA ALL'AUSTRALIA.  Ma c'è anche Jacopo, partito per scoprire le viscere della Cina, la nuova fabbrica del mondo e oggi dottorando a Hong Kong
O Silvia giornalista scappata dall'Italia per sfuggire alla crisi dell'editoria e emigrata a Londra con il compagno per rimettersi in gioco e ricominciare da zero. Ma non è pentita della scelta fatta, anzi. A confortarla c'è la consapevolezza di avere delle chance davanti. Lei intanto si prepara a coglierle tutte.
E poi Marco, oggi consulente per le piccole e medie imprese argentine che vive a Buenos Aires in un appartamento con terrazza e piscina in comune con gli altri condomini spendendo 330 euro al mese e spiega i pro e i contro della ricetta populista di Cristina Kirchner
Non solo giovani, A lasciare l'Italia oggi sono anche intere famiglie volate in Australia nonostante i contratti a tempo indeterminato in tasca. Come hanno fatto Sara, Manuel e i loro tre figli 
Ma c'è anche chi ha scelto di lasciare il Paese per dimenticare l'amarezza della perdita di lavoro optando per il volontariato. Come ha fatto Claudia, che a 59 anni e zero prospettive in Italia, visto che con la riforma Fornero, in pensione non ci potrà andare  prima del 2021, ha trovato la forza ricostruirsi un'altra vita in Zanzibar. A servizio degli altri

venerdì 26 aprile 2013

GERMANIA - Nazismo, in Germania scovato uno dei ricercati


Hans Lipschis viveva da 30 anni ad Aalen. Era stato espulso dagli Usa.

Hans Lipschis, al quarto posto nella lista dei 10 criminali nazisti ancora in vita più ricercati dal centro Simon Wiesenthal, vive tranquillamente in Germania da oltre 30 anni.
GUARDIANO AD AUSCHWITZ. È quanto hanno scoperto alcuni giornalisti dell'emittente televisiva Swr e del Welt am Sonntag, secondo cui il 93enne avrebbe lavorato per tre anni, a partire dal 1941, come guardiano nel campo di concentramento di Auschwitz.
ESPULSO DAGLI USA. Lipschis, originario della Lituania, attualmente vive in una casa ad Aalen, nel Baden-Wuerttemberg, dove si è stabilito dal 1983 dopo essere stato espulso dagli Stati Uniti, dove si era trasferito negli Anni 50, per aver taciuto il passato nazista.
LAVORO DA CUOCO. Rispetto alle accuse di complicià nell'omicidio di migliaia di persone, Lipschis avrebbe ammesso durante un'intervista con un giornalista del Welt am Sonntag di aver lavorato nel campo di Auschwitz, ma solo come cuoco. E le camere a gas e i forni crematori? Ne ho solo sentito parlare, ha risposto.
APPARTENENZA ALLE SS. Per chi ha indagato sul suo passato, invece, non ci sarebbero molti dubbi sull'appartenenza alla compagnia delle Ss Testa di morto (Totenkopf), che ad Auschwitz era impiegata per la vigilanza. Ci sono le carte personali a dimostrarlo. La procura di Stoccarda ha, intanto, confermato che dalla fine del 2012 sta indagando su un presunto guardiano del campo di concentramento di Auschwitz per verificare l'esistenza di elementi utili all'imputazione, ma non ha confermato che l'indagato sia Lipschis.
COINVOLGIMENTO NON PROVATO. L'uomo era già finito nel mirino degli investigatori della Centrale per le indagini sui crimini nazisti di Ludwigsburg al suo ritorno dagli Usa, ma allora non era stato provato un suo coinvolgimento nell'assassinio diretto di alcuno. L'atteggiamento della giustizia tedesca è però cambiato dopo il giudizio su un altro guardiano, John Demjanjuk, condannato nel 2011 per complicità nell'omicidio di oltre 30 mila persone a cinque anni di reclusione. Quella sentenza, la prima che non riguardasse alti graduati, avrebbe fatto riaprire le indagini anche su Lipschis.

GERMANIA - Uomo irrompe in ufficio e uccide politico del Spd Butte


Il socialdemocratico tedesco freddato nel suo ufficio in Bassa Sassonia. Suicida l'attentatore.

Venerdì, 26 Aprile 2013 - Un attentato ha scosso la cittadina di Hamelin, nel Nord della Germania: un uomo ha fatto irruzione armato nella mattinata di venerdì 26 aprile nell'edificio amministrativo del circondario rurale di Hameln-Pyrmont, nella Bassa Sassonia, in Germania, uccidendo il presidente della circoscrizione, il socialdemocratico Ruediger Butte, per poi togliersi la vita. Lo ha reso noto la polizia locale, senza ipotizzare per ora un movente.
Secondo le prime notizie il 63enne Butte, che prima di essere eletto era stato per quattro anni direttore dell'ufficio criminale del Land della Bassa Sassonia, è stato freddato nel suo ufficio. Ancora sconosciute le ragioni del gesto. Stando alle indiscrezioni, l'attentatore suicida sarebbe un uomo anziano.

ITALIA - Monti: «Leader e senior fuori dal governo Letta»


Il Prof: «Io alleato con Berlusconi alle elezioni? Può essere».

Sabato, 27 Aprile 2013 - Per la squadra di governo sono ore bollenti. E Mario Monti a Otto e mezzo su La7 ha escluso di poter far parte del nuovo esecutivo: «Penso che per rafforzare il vigore del governo Letta sia importante che i leader dei partiti e i senior diano il loro appoggio, ma non entrino nel governo».
Al Prof è stato chiesto un voto al suo mandato: «Esprimo solo un voto, che il governo Letta faccia meglio, stavo dicendo, 'ancora' meglio».
LETTA DURERÀ QUATTRO ANNI. «Questo sarà un governo serio, durerà quattro anni, non vedo perché non deve durare», ha poi continuato il premier uscente, commentando l'esecutivo del vicesegretario del Partito democratico che deve ancora sciogliere la sua riserva. Dimenticando, però, che la scadenza naturale della legislatura è in realtà di cinque anni.
«A Letta ho detto del mio grande appoggio che intendo dargli: lui è la persona più adatta per il governo», ha detto Monti, aggiungendo che il democrat gli ha «chiesto una serie di consigli sull'architettura dell'esecutivo».
«IO CON BERLUSCONI? PUÒ ESSERE». E nel futuro? Potrebbe allearsi con Silvio Berlusconi alle prossime elezioni? «Può essere, dipenderà dalle politiche fatte nel frattempo, dalla credibilità conseguita e dalle alternative; la cosa di cui il Paese ha bisogno è andare avanti con le riforme». Quindi nessuna preclusione al Cav: «Penso che bisogna guardare più ai contenuti che alle persone e agli schieramenti», ha risposto il premier uscente.
Anzi, su Berlusconi, Monti ha speso anche qualche elogio: «È il più bravo di tutti in politica, lo dicono i fatti». Inoltre il Prof, parlando della sua fiducia sul Cav, ha spiegato che «i politici non si fidano al 100% gli uni degli altri però operiamo in modo trasparente di fronte all'opinione pubblica».
M5S? LA COLPA È DEI PARTITI. Sul Movimento 5 stelle, il premier uscente ha detto che il «mondo politico deve prendere spunti» dalle istanze portate avanti dalla formazione di Beppe Grillo, ma non ci deve «inginocchiare in modo quasi idolatrico a certe affermazioni».
Monti ha poi chiarito che anche «Scelta civica si caratterizzava come il M5s nella non condivisione della politica tradizionale» chiedendo riforme per il Paese. Ma il partito del comico ligure, è stata la critica avanzata da Monti, «si è autolimitato nella possibilità di realizzarle e non credo quindi che possa essere motivo di ispirazione».
Quindi il Prof ha rispedito al mittente le critiche che imputano al suo governo l'affermazione del M5s: non è così, ha spiegato Monti: «È stata la carenza dei partiti nel non fare le riforme che lo ha alimentato».

giovedì 25 aprile 2013

ITALIA - Enrico Letta premier.


Nato a Pisa nel 1966, Enrico Letta, frequenta la scuola dell’obbligo a Strasburgo per poi laurearsi in Diritto internazionale all’Università di Pisa, dove consegue il dottorato di ricerca in Diritto delle comunità europee alla Scuola Superiore “S. Anna”. A 25 anni è presidente dei Giovani del Partito Popolare europeo.

Il primo contatto con le istituzioni

Il suo incontro con Beniamino Andreatta nel 1990 lo portò a svolgere l’attività di ricercatore dell’Arel, l’Agenzia di ricerche e legislazione di cui è segretario generale dal 1993. Nello stesso anno avvenne il primo contatto con le istituzioni, quando seguendo proprio Andreatta, come capo della sua segreteria, al Ministero degli Esteri, nel governo Ciampi, viene chiamato nel 1996 al Ministero del Tesoro come segretario generale del Comitato per l’euro.

Un giovane ministro

Vicesegretario del Partito popolare italiano dal gennaio 1997 al novembre 1998, nello stesso mese diventa a 32 anni ministro per le Politiche Comunitarie con il primo governo D’Alema, il più giovane ministro della storia repubblicana battendo Andreotti, che divenne ministro a 35 anni.

Nel 2000 è ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato nel secondo governo D’Alema. Incarico che conserva, con il governo Amato, per il quale è anche ministro del Commercio con l’Estero fino al 2001. Nel 2001 diventa deputato per la prima volta e s’iscrive alla Margherita.

Nel giugno 2004 rassegna le dimissioni dalla Camera e, da capolista dell’Ulivo, viene eletto deputato europeo per la circoscrizione Italia Nord-Est (circa 173.000 voti). Nella XV Legislatura torna deputato della Repubblica italiana e tra il 17 maggio 2006 e l’8 maggio 2008 è sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Prodi.

L’impegno nel partito Democratico

Nel 2007 si candida alla segreteria del neonato Partito democratico ottenendo, con le primarie del 14 ottobre, oltre l’11% dei consensi. Nelle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, capolista PD nella Circoscrizione Lombardia 2, viene eletto alla Camera dei Deputati. Poche settimane Walter Veltroni lo chiama a far parte del governo ombra del PD in qualità di responsabile Welfare. Nel 2009, in occasione del Congresso del Partito democratico, decide di appoggiare Pier Luigi Bersani e la mozione che lo sostiene. Il 9 novembre 2009 – dopo le primarie che eleggono Bersani segretario nazionale – viene nominato dall’Assemblea nazionale, vicesegretario unico del Partito Democratico.
Alle elezioni politiche del 2013 è capolista del Partito Democratico alla Camera dei Deputati nelle Marche e in Campania.

Vicepresidente di Aspen Institute Italia dal 2004, Letta ha svolto attività di insegnamento e di ricerca presso la Scuola superiore S. Anna di Pisa e l’Haute Ècole de Commerce di Parigi.

 

Previsione: il governo nascerà domani. Ecco perché

Il presidente della Repubblica vuole approfittare del “magic moment”. Lo stordimento dei partiti, la rielezione di Napolitano, l’incarico a Letta e i primi positivissimi riscontri sono tutti elementi che inducono all’ottimismo e anche alla necessitá di “chiudere” subito, prima che i mal di pancia (soprattutto in casa Pd) peggiorino e si trasformino in cancri per il nuovo governo.

Espletate le consultazioni ufficiali e fatte telefonate con i leader dei partiti (Berlusconi, Monti, Bersani ma anche Renzi e Casini), Letta potrebbe salire al Colle già domani pomeriggio ed uscirne con la lista dei ministri che potrebbero così giurare sabato.

Questa indicazione sembra trovare la conferma più autorevole, quella del Colle. Vediamo cosa succederà ma domani potrebbe essere proprio il giorno giusto per la nascita del Letta I.

Mimmo Pesce

 

Ecco chi saranno (forse) i ministri di Letta

Enrico Letta sta lavorando con pacatezza e determinazione per varare un esecutivo di solidarietà nazionale. La condivisione di un comune programma fra Pdl e Pd non sarà facilissimo ma neppure impossibile e il presidente incaricato sembra aver già trovato il passo giusto.

L’altro aspetto fondamentale e sicuramente non secondario è il profilo della squadra che accompagnerá Letta nella sua avventura. Al di là dei già noti toto-ministri, l’impressione – e anche la speranza – è che prevalga l’idea di un Consiglio dei Ministri che abbia un’età media molto più bassa di quanto non sia stato in passato.

Si tratta dell’occasione di realizzare un primo, vero, rinnovamento generazionale. Potrebbero essere preferiti 40/50enni che abbiano un profilo politico affermato ma non consumato. L’identikit potrebbe corrispondere ai nomi di Maurizio Lupi, Francesco Boccia, Daniele Capezzone, Stefano Fassina, Angelino Alfano, Paola De Micheli, Mara Carfagna, Daro Franceschini, Luigi Casero. Anche all’economia un segno di discontinuità generazionale potrebbe essere dato dalla preferenza nei confronti di Enrico Giovannini (Istat) che potrebbe così spuntarla su Saccomanni (Bankitalia) e Padoan (Ocse).

In una società in cui l’immagine conta non meno della sostanza delle cose, se Enrico Letta riuscirà a portare al governo la generazione di mezzo potrà contare su un vantaggio di consenso che rafforzerà non poco la sua missione.

Jack Sparrow

 

“Scongelatevi”. Enrico Letta fa vedere le stelle a Crimi e Lombardi


“Mescolatevi”. “Scongelatevi”. Più che un vertice politico, sembrava una seduta di psico-politica.

Se la diretta streaming fra Pierluigi Bersani e il Movimento 5 Stelle aveva umiliato il Pd e Bersani, la diretta streaming oggi fra Enrico Letta e la rappresentanza parlamentare del movimento fondato da Beppe Grillo è stata una debacle per i grillini.

Il presidente del Consiglio incaricato ha indicato i fondamenti politici e programmatici su cui si baserà il suo esecutivo, se riuscirà ad avere la fiducia: provvedimenti fiscali pro crescita, riforma della politica che implica anche una revisione della Costituzione, nuova Europa per trasformare la sofferenza di molti Paesi in una proposta di inversione di marcia sul mero rigore finora perseguito.

Non vogliono perdere tempo. Penso di formare un governo di servizio e non sarà un esecutivo a tutti i costi. Sarà un governo snello e sobrio“, ha promesso Enrico Letta.

LE BACCHETTATE DI LETTA

Ma non è stato sui contenuti e sulla composizione dell’esecutivo in fieri che si è incentrato il vertice di “psico-politica”. Infatti Letta ha colto l’occasione per un invito al Movimento 5 Stelle a mescolarsi con altri su idee e con i voti. “Mescolatevi, scongelatevi, dialogate, basta muri di incomunicabilità”, ha invitato ripetutamente Letta nei confronti dei capogruppi alla Camera e al Senato, rispettivamente Roberta Lombardi e Vito Crimi.

GRILLINI IN DIFFICOLTÀ

La reazione della rappresentanza grillina non è parsa all’altezza delle attese e delle parole del premier incaricato. Sia Lombardi che Crimi hanno sì ricordato le loro priorità sulla riforma dei costi della politica (Lombardi ha consegnato la bozza di una proposta di legge grillina sull’abolizione dei rimborsi elettorali) ma sono apparsi fiacchi e stereotipati nel riproporre frasi fatte e parole di ordine, peraltro in una forma che non ha bucato la diretta streaming.

L’INCOERENZA DEL M5S SU PRODI

Per di più, in particolare Lombardi ha scantonato su temi extra parlamentari come le comunali di Roma e le elezioni recenti in Friuli. E soprattutto non è apparsa efficace la riproposizione della questione “perché no Rodotà” per l’elezione del successore di Giorgio Napolitano al Colle. Infatti Letta ha avuto buon gioco nel ricordare che il Pd aveva proposto dopo Franco Marini il nome di Romano Prodi, che compariva tra i candidati preferiti per il Quirinale dai militanti e gli iscritti del Movimento 5 Stelle. Rodotà ha avuto molti meno voti del candidato sindaco a Roma del Pd nelle primarie, ha tagliato corto Letta.

Leo Soto

RUSSIA - Amnesty: In primo anno Putin continue violazioni libertà


Giro di vite del governo su dissenso e proteste


Roma, 24 apr. - Amnesty International ha pubblicato oggi un rapporto sul primo anno del terzo mandato del presidente russo Vladimir Putin, evidenziando come questo periodo sia stato caratterizzato da sistematiche limitazioni e violazioni della liberta' d'espressione, riunione e associazione. Ne dà notizia la stessa organizzazione non governativa in un comunicato.

L'ondata di proteste scaturita dalle elezioni parlamentari del dicembre 2011 e dal passaggio di consegne tra Medveded e Putin del maggio 2012 ha determinato una serie di restrizioni. Due nuove leggi sono state introdotte e altre 11 emendate nel contesto di un ampio giro di vite sul dissenso, sulle critiche e sulle proteste.

Il rapporto di Amnesty International, intitolato 'Liberta' minacciata: repressione della liberta' d'espressione, riunione e associazione in Russia', analizza gli sviluppi legislativi e i casi in cui questi sono stati applicati, in violazione degli obblighi internazionali del paese.

'Queste recenti iniziative legali hanno lo scopo dichiarato di garantire l'ordine pubblico e proteggere i diritti dei cittadini. Il loro effetto e' stato l'opposto: persone note per le loro posizioni critiche, esponenti dell'opposizione, organismi di monitoraggio e singoli cittadini che avevano preso la parola su una serie di questioni si sono visti, nel corso dell'ultimo anno, limitare i loro diritti' - ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

USA - Cooper Union: addio all'ultima università gratuita del Paese


L'ateneo di New York impone una tassa annuale di 20.000 dollari: "Un percorso per sopravvivere"

New York, 24 apr. - Gli Stati Uniti salutano l'ultima università gratuita del Paese. Oggi infatti la Cooper Union di New York ha annunciato che farà pagare una retta ai suoi studenti per la prima volta in cento anni. Come riporta il New York Times la scelta sarebbe legata ai seri problemi finanziari, con un deficit di 12 milioni all'anno. La decisione dell'Ateneo, che prevede corsi di laurea in ingegneria, architettura e arte è arrivata dopo un dibattito interno che si trascinava da più di due anni.

Il piano prevede che il prestigioso college dell'East Village dall'autunno del 2014 chieda ai suoi nuovi studenti, che hanno le possibilità economiche, una tassa annuale di 20.000 dollari (un importo comunque ridotto rispetto al resto degli Stati Uniti). Tutti gli altri, soprattutto quelli con "grande bisogno", non pagheranno nulla.

La decisione dell'università, definita dal presidente Mark Epstein "un percorso per sopravvivere", è stata a lungo osteggiata da molti studenti che dopo l'annuncio si sono radunati davanti all'edificio per mettere in atto una protesta.

L'università è stata fondata dall'imprenditore Peter Cooper nel 1859 con la missione di educare la classe operaia di New York in modo completamente gratuito. Più avanti gli studenti che potevano permetterselo avevano iniziato a versare una retta, ma da cento anni nessun alunno pagava alcuna tassa.

Insieme alle accademie militari, la Cooper era l'ultimo college americano senza costi, visto che offriva a tutti i suoi studenti (selezionati attraverso un duro test di ingresso) una borsa di studio di 30.000 dollari all'anno.

ITALIA - Cronistoria di un disastro


BENCHÉ i colpi di scena, veri o apparenti, incalzino, vorrei ricapitolare che cosa (mi pare) è successo. Vinte nettamente le primarie, Bersani ha fatto una campagna attendista.
ERA convinto che il successo fosse già nel sacco. Ci teneva come all’occasione culminante della sua vicenda militante, e si proponeva di usare la vittoria per rinnovare fortemente la composizione del Pd e per cimentarsi con un governo che rompesse col feticcio dell’austerità. Dopo la delusione elettorale, ha investito sulla propria debolezza per stanare la demagogia grillista: ottenerne una collaborazione, o svelarne il nullismo. Bersani aveva un punto fermo: nessun accordo di governo con il Pdl. Attorno a lui si moltiplicavano i dissensi, malcelati e via via più trasparenti. Avrebbe potuto rinunciare alla candidatura al governo: ci si può chiedere se ci fossero altri accreditati e risoluti altrettanto a non trattare del governo con Berlusconi.

La resistenza di Bersani (tenace oltre ogni previsione, e non spiegabile con una disperata ambizione personale) aveva una sola prospettiva: che Napolitano lo mandasse alle Camere. Lì, se non un calcolo politico, il dolore sentitissimo di tanta parte, e trasversale, dei nuovi eletti per l’eventualità di tornarsene a casa, avrebbe potuto dargli una striminzita e caduca fiducia, di cui però avrebbe potuto approfittare per prendere tre o quattro iniziative radicali, a cominciare dalla legge elettorale. Se fosse stato sfiduciato, avrebbe potuto guidare un governo provvisorio per l’elezione al Quirinale e la successiva campagna elettorale anticipata. Napolitano non ne ha voluto sapere: aveva le sue ragioni, ma sia lui che i numerosi esponenti del Pd che mordevano il freno e davano segni di impazienza crescente nei confronti di Bersani e della “perdita di tempo”, rivendicavano di fatto (guardandosi dal dirlo, nella maggior parte dei casi) un accordo di governo con il Pdl.

Bersani ha tenuto duro a oltranza, posponendo la questione del governo alla rielezione al Quirinale, così da ammorbidire l’esclusione del Pdl grazie alla distinzione fra governo e Presidenza della Repubblica, quest’ultima costituzionalmente orientata alla più vasta condivisione. Ha qui fatto due o tre errori fatali: ha creduto che quella distinzione fosse chiara; ha ritenuto che fosse convincente per la base e l’elettorato di sinistra; si è illuso che il notabilato del Pd lo seguisse. Soprattutto, non ha formulato pubblicamente il nome o i nomi dei candidati che il Pd avrebbe proposto a tutte le altre forze politiche.
Così, mentre un nome degno come quello di Marini passava per scelto da Berlusconi, Grillo candidava Rodotà, persona esemplare per uno schieramento di sinistra dei diritti civili e dei movimenti. I 5Stelle erano fino a quel punto piuttosto nell’angolo, essendo evidente come il loro compiaciuto infantilismo settario (oltre che l’insipienza dei loro portavoce) facesse dissipare un’inverosimile opportunità di riforme e regalasse al centrodestra una forza di ricatto insperata. Del disastro della notte e del giorno di Marini (che non lo meritava) inutile ripetere: Bersani ne è uscito, dopo 50 giorni di resistenza catoniana, come un inciucista finalmente smascherato. (Ve li ricordate, dal primo giorno, i titoli “da sinistra” sull’inciucio avvenuto?). 

Avrebbe potuto il Pd aderire alla candidatura di Rodotà, come tanti hanno auspicato? Forse: sarebbe stata una capitolazione nei confronti dei 5Stelle, che in Rodotà avevano visto soprattutto una ghiotta occasione per imbarazzare il Pd, ma cedere a una pretesa strumentale e arrogante può non essere un errore. Lo considererei più nettamente tale se Rodotà avesse risposto all’offerta della candidatura dichiarando che l’avrebbe accettata solo nel caso che fosse di tutta la sinistra: Scalfari ha fatto un’osservazione simile. I 5Stelle hanno sventolato il nome di Rodotà come una loro stretta bandiera, e al tempo stesso l’hanno proclamato come il candidato di tutti gli italiani contro quelli del Palazzo. Gli italiani avevano moltissimi altri candidati degni, per fortuna, e le stesse consultazioni varie lo mostravano (com’è noto, Emma Bonino era la preferita: è diventato un tic, gli italiani ce l’hanno, i politici non ci fanno più caso). La postuma pubblicazione di voti e preferenze delle cosiddette (pessimamente) quirinarie, hanno aggiunto un tocco di ridicolo al tono grillista. Bene: quando si sbaglia, specialmente se in buonissima fede, è buona norma di lasciar perdere, pena la valanga.

La candidatura brusca di Prodi – meritevolissima – è stata la toppa peggiore del buco. E ha mostrato come il Pd non abbia, come si dice, “due anime”, ma forse nemmeno una, e invece una quantità di cordate e bande, tenute assieme da altro che le divergenze politiche. Le convinzioni politiche sono la cosa più importante in un partito che aspira, come si dice, a cambiare il mondo, tranne un’altra: l’amicizia fra i suoi membri e i suoi militanti.

Per questo la scissione è forse un pericolo, ma non una cosa seria: la frantumazione sì. Sarebbe bene che ne tenesse conto chiunque si proponga davvero di “rifondare” (verbo inquietante) il Pd, e sia tentato da escursioni minoritarie. Eravamo al punto in cui il Pd, in stato del tutto confusionario, era a rimorchio della demagogia a 5Stelle da una parte – e di sue piazze scandalizzate e scandalose – della furbizia di Berlusconi dall’altra. L’elezione di Napolitano (una pazzia, in un mondo normale: un uomo molto vecchio che si era finalmente preparato uno scampolo di esistenza privata) è stata un escamotage provvidenziale: il suo effetto, quel governo delle “larghe intese” che si voleva escludere a priori, è il boccone più indigesto. È, amara ironia, il rovescio della distinzione cui Bersani aveva confidato la sua ostinazione, fra governo mai col Pdl e Quirinale condiviso: Quirinale confermato, e governo condiviso, a capo chino.

I 5Stelle? Le mosse furbe hanno gambe corte. I portavoce hanno spiegato che i voti in Friuli-Venezia Giulia sono quelli normali nelle regioni. Però il capo aveva annunciato che sarebbe stata la prima regione in loro mani. Credo che le persone che li avevano votati e hanno sentito sprecato il loro voto siano molte. Il bilancio provvisorio, con 5Stelle e Pd in caduta, e il Pdl in ascesa, è un capolavoro.

Vorrei aggiungere una cosa. Ci sono molti aspetti della situazione attuale che ricordano, ben più del precedente di Mani Pulite, quello remoto del primo dopoguerra, quasi cent’anni fa. Non c’era, nello scontro frontale fra sovversivi diciannovisti ed eversori fascisti una distinzione così netta di sinistra e destra. Le file del fascismo movimento erano piene di ex-socialisti, interventisti rivoluzionari, sindacalisti soreliani, massima-listi di ogni genere. Non era così chiaro, e a distanza di tanti anni fu penoso per tanti chiedersi da che parte erano stati, e perché, e come fosse stato possibile. A suo modo, e con una gran dose di autoindulgenza, Grillo evoca questa ambiguità quando ripete che il suo movimento è l’argine italiano all’Alba dorata greca o al lepenismo e alle altre insorgenze neonaziste in Europa. Il programma dei 5Stelle contiene molti obiettivi buoni per una sinistra della conversione ecologica, e anzi da quest’ultima pensati e proposti da lungo tempo. La differenza sta altrove, nel Vaffanculo, nei Morti che camminano, nel Tutti a casa. La differenza fra il federalismo verde e aperto di Alex Langer e il razzista federalismo leghista passava dalle imprecazioni di Bossi e dei suoi. I buoni programmi smettono di essere minoritari e vincono quando vengono distorti e incattiviti dalla demagogia. “La gente” non ha infinite ragioni alla sua ribellione contro i privilegi e l’impudenza dei potenti? Certo. Ma che i parlamentari escano da Montecitorio da una porta secondaria – se è andata così – è un episodio di violenza e di viltà vergognose. A proposito del 25 aprile.

ADRIANO SOFRI

mercoledì 24 aprile 2013

ITALIA - Generazione "Non so"


Al futuro non ci pensano, il presente non li soddisfa e il passato lo ignorano. La politica è  ‘ladrona’ e votano Grillo in segno di protesta, ma contro chi o cosa non riescono a dirlo. Un viaggio nell'universo dei ventenni romani, tra piazze e locali vissuti come conglomerati di un vuoto culturale

di Gaetano Massimo Macrì

“Nun saccio”, direbbe in uno stentato italiano un omertoso mafioso. Ebbene anche i ventenni italiani, nonostante la mole di notizie e di informazioni che gli gira intorno, sembrano non sapere e non vedere. Non si accorgono di nulla. Il fatto è che la loro non è omertà. Utilizzano il ‘non sapere’ perché davvero questo soltanto conoscono: un fico secco. Ragazzi diversissimi dai loro genitori che, ‘ai tempi’, almeno un quotidiano lo leggevano, una discussione la sapevano intavolare e difficilmente avrebbero fornito un “non so” come risposta a molteplici questioni. Sono numerosi gli studi che in questi anni hanno fotografato i comportamenti giovanili, da cui emerge un immiserimento generale, che colpisce le fondamenta delle loro scelte nella vita quotidiana.
Soltanto scorgendo alcuni dati Istat, si può apprendere che 300 mila giovani (spesso ancora minorenni) soffrono di ‘drunkanoressia’, ovvero bevono superalcolici a stomaco vuoto, in sostituzione delle calorie del cibo. È in aumento anche la percentuale di ragazzi che bevono fuori pasto. Sempre da fonte Istat emerge che la lettura non è in cima ai loro pensieri. Poco più della metà del campione intervistato, tra i 20 e i 25 anni, ha letto almeno un libro nell’ultimo periodo. Che dire poi dei giovani ‘neet’, ovvero coloro che non lavorano e non studiano, che costituiscono il 22,7 per cento della popolazione tra i 15 ed i 29 anni? Insomma, il quadro non è dei più rassicuranti. I ragazzi, se avessero un briciolo di consapevolezza, dovrebbero rimboccarsi le maniche, controbattere, provare a ribaltare la situazione. Invece è calma piatta. Una flebile scossa sembrerebbe averla generata il movimento 5 stelle. Il fenomeno Grillo ha sicuramente ‘pescato’ voti in questa fascia della società. L’Istituto di ricerca Tecnè ha svolto un’indagine sul recente voto delle politiche, da cui è emerso che il 47.2% tra i 18 e i 24 anni ha espresso il voto in favore dell’ m5s. Sul blog del comico genovese si legge anche chiaramente: “In Italia ci sono due blocchi sociali. Il primo, che chiameremo blocco A, è fatto da milioni di giovani senza un futuro, con un lavoro precario o disoccupati, spesso laureati, che sentono di vivere sotto una cappa, sotto un cielo plumbeo come quello di Venere. Questi ragazzi cercano una via di uscita, vogliono diventare loro stessi istituzioni, rovesciare il tavolo, costruire una nuova Italia sulle macerie”. Può darsi che l’analisi abbia un fondo di verità. Tuttavia alcune impressioni che abbiamo avuto interrogando i ragazzi ci lasciano qualche dubbio. Si crogiolano troppo, tra bevute spesso ‘consistenti’ e quattro chiacchiere al bar o nelle piazze di ritrovo, luoghi un tempo simbolo di aperte e accese discussioni, dove non infrequentemente hanno avuto origine movimenti di pensiero o idee rivoluzionarie o dove semplicemente sono circolate  opinioni che hanno costituito una massa critica, quella che oggi è assente, o, quando c’è, è troppo relegata ad ambienti estremisti, dunque appare viziata in partenza.
È verosimile che una frattura generazionale si stia consumando sotto i nostri occhi, con migliaia di giovani che ormai hanno rinunciato ai loro sogni e vivono privi di punti di riferimento. Ogni certezza sembra crollata, figuriamoci, in queste condizioni, se possono trovare uno spazio agevole altri interessi culturali. La percezione del tempo perduto sembra un’ombra latente che li segue mestamente ovunque, senza manifestarsi appieno. I sacrifici sono percepiti come un inutile esercizio di stupidità. “Tanto c’è sempre qualcuno che ti farà le scarpe. Vedi i politici come mangiano?” Figli di questa cultura superficiale che non indaga, non si pone questioni né ricerca soluzioni ai problemi, preferiscono non pensare, ma solo ‘gustare’ i frutti inesistenti di una vita senza sforzi. Meglio ‘godersela’. Privilegiano una lettura sommaria su internet in luogo di un quotidiano. Non scelgono. Perché in fondo non  saprebbero che scelta compiere, perché passa il messaggio “tanto sono tutti uguali”. Meglio se c’è qualcuno a sceglie per loro. Uno come Grillo, per esempio. Uno ‘intuitivo’, diretto, immediato. Uno che le votazioni “le fa veloci, gratuite, sulla rete”. Uno che parla di democrazia diretta, come se l’altra, quella indiretta, fosse antidemocratica.
Il mio viaggio nei luoghi frequentati dai giovani romani prende il via da queste premesse, perché vogliamo provare a capire cosa pensano, di quali argomenti discutono e come trascorrono il tempo questi ragazzi. Se sono veramente senza speranza o se un barlume della stessa può essere intravisto. Una mini inchiesta che, pur non assumendo la pretesa di una indagine scientifica, è stata compiuta senza preconcetti, allo scopo di aprire una finestra su uno spaccato della società che rappresenta il futuro del Paese.
Tutto ha inizio una sera, in un rione del centro amato dalla ‘movida’ capitolina. Riesco a intavolare subito una conversazione con uno dei tanti gruppetti di ragazzi dentro un noto locale di Trastevere. Qualcuno la sposta subito sul politico, per cui chiedo: “Chi vorresti come presidente della Repubblica?”. Il “Non so” impera. “Non avete curiosità o interesse sulla vicenda? Il Presidente è una figura importante, lo sapete?”. Qualcuno azzarda un discorso. Dice Andrea, 24 anni, commesso di un negozio di tendaggi nella periferia est di Roma: “So che devono eleggerlo. Ma non saprei darti un nome mio. Uno vale l’altro, alla fine”. “Non è vero, tanti ‘rùbbeno’ (a Roma si dice proprio così). Serve uno apposto, ecco. Uno de noi”, puntualizza Mariarita, 19 anni, estetista al tuscolano. Le sopracciglia disegnate fanno il paio con le unghie rifatte, l’effetto è zebrato. Insisto: “Cosa vuol dire uno di noi? Il Capo dello Stato non è un marziano. Anzi, rappresenta tutti, garantisce ognuno di voi”. “Si, ma che vuol dire questo? Io non mi sento rappresentato da uno che non conosco”. La protesta è di Antonio, che ha ascoltato la conversazione da un tavolo vicino e ha deciso di aggregarsi.
Chiacchierando, scopro che Antonio è un laureato in Scienze Politiche, viene da Milano, è a Roma per un corso di cucina regalatogli dalla madre, divorziata, che vive nella Capitale. Per un po’ Antonio sembra tenere banco con gli altri ragazzi. Esce fuori che lui ha votato per Grillo. E sul movimento ‘pentastellato’ la confusione iniziale sembra placarsi.
Su questo punto sono tutti d’accordo. Anche se “a me non sta simpatico, però almeno è uno che sta rompendo le scatole a quegli altri” (i soliti ‘ladri’, deduco).
Senza volerlo ho innescato una miccia, da cui si è generato un confronto che, francamente, non mi aspettavo. Lascio il gruppetto a discutere animosamente e mi sposto nella vicina piazza Trilussa. Non è gremita di gente, ma sugli scalini della Fontana dell’Acqua Paola, siede un discreto numero di ragazzi. Tento un approccio, sperando di incuriosirli: chiedo se sono al corrente che la fontana alle loro spalle, un tempo era ubicata nella vicina via Giulia, ma dall’altra parte del Tevere. Mi guardano sbigottiti. Romolo – il nome tradisce le sue origini trasteverine  – 19 anni tra una settimana, non aveva mai sentito questa storia. Nemmeno dal nonno, che pure di fatti gliene raccontava tanti. Dato che ho destato un po’ di curiosità continuo sulla stessa strada e provo a illustrare la vicenda della fontana seicentesca, voluta da papa Paolo V Borghese, smontata nell’ottocento per la costruzione degli argini del Tevere e quindi ricollocata sulla riva opposta. La meraviglia cresce. A dimostrazione di quanto ho raccontato, indico alcune iscrizioni aggiunte a ricordo della ricostruzione. Speravo di essermi conquistato la loro attenzione, invece, dopo una miscela di espressioni cui danno vita nel medesimo istante in cui ho terminato la mia ‘lezione’, a bocca aperta, esterrefatti, divertiti, si alzano per andare a prendere “un altro mojito”. Non riesco a collegare il nesso tra l’attimo di attenzione regalatomi poco prima e la faciloneria con cui si stanno per sbarazzare di me. Di fronte a questa incostanza, mi chiedo cosa facciano nella vita, a cosa si interessino veramente questi ragazzi. Mi incammino insieme a loro e la cosa no sembra infastidirli. Camminiamo e chiaccheriamo fino al vicino locale, fino al prossimo drink. “È il secondo, del resto cosa vuoi fare qui?” sottolinea Valeriano, 21 anni, manifestando un disagio che, come ci confermano gli altri amici, è abbastanza comune. “Veniamo qui, di solito, quasi tutte le sere, beviamo uno, due cocktails, anche di più nel fine settimana. Passiamo il tempo”. La domanda mi sorge spontanea: “Si, va bene, ma non lo trovate noioso?”, “Si, ma sarebbe più noioso stare a casa”. Provo a stuzzicare qualche intelligenza: “Vivete nella Capitale. Ci sono decine di eventi culturali. Musei da visitare, mostre…”. Questa volta le espressioni facciali tradiscono disinteresse. “Si, è vero, ma alla fine con chi ci vado? Nessuno mi seguirebbe a una mostra”. Chiara, 22 anni, mentre si regala l’ennesimo sorso, racconta di esserci stata, una volta, a un museo. “Quello etrusco, di Villa Giulia. Bello, molto interessante”. E poi? E poi nulla. Curiosità di vederne altri? “Boh, non saprei. Vedremo, penso di si”. Non capisco e ribatto: “Prima, durante il racconto della fontana, avete dimostrato interesse. Vuol dire che qualcosa potreste voler scoprire di questa città, no?”. Luciano sorride, declamandoci quello che, lentamente, sembrerà sempre di più l’unico credo di questa gioventù: “Si, va beh, che c’entra. Tu hai raccontato bene. A parte che era interessante, ma tu l’hai posta proprio bene. Ci hai ‘rapiti’ per un istante. Ma appunto, un istante. Di passaggio. Così non ti scoccia. Anzi, sarebbe bello se fosse sempre così, sai quanto imparerebbe la gente?”. “Sembravi Grillo!”.
Ne approfitto immediatamente per domandare al gruppo: “Vi piace Grillo?”. A questa domanda le risposte variano da un “Sì, molto. Credo in tutto quello che dice. Ce ne vorrebbero altri come lui”, a un “Sì, abbastanza, anche se non l’ho votato, mi piacciono le idee che porta avanti e soprattutto come le esprime”. Cerco di saperne di più:“Cosa intendi? Come si esprime Grillo, cos’ha di diverso dagli altri?”. “È un innovatore. Vedi come fa votare la gente su internet. Senza sprechi di soldi e di tempo”.
Decido di incalzarli:“Voi preferireste un sistema di voto elettronico sempre e comunque?”
L’insieme di risposte è sconcertante. Perché da una parte non hanno alcun dubbio: “Grillo non è difficile da capire. Dice cose quasi banali, per quanto sono semplici”. Ma dall’altra emerge chiaramente che la democrazia diretta di cui il comico parla spesso è interpretata da molti di questi ragazzi come la sola unica vera forma di democrazia. I partiti politici sono invece visti come quelli che hanno affossato quel sistema ‘ateniese’, diretto, che per ovvi motivi di numero, funzionava bene ‘direttamente’, senza il necessario ricorso alla rappresentanza. Un concetto che cerco di far passare attraverso il racconto di un pezzetto di storia antica (lezione che questi ragazzi dicono di non aver mai ricevuto a scuola, fingono di non ricordarlo o accusano di non aver avuto buoni maestri). Ma in ogni caso la replica è secca: “C’è poco da riflettere e ricordare quello che  studiamo a scuola. Grillo ha ragione”. E la conversazione diventa fastidiosa: “Perché non parlate tra di voi di queste cose come state facendo ora?”, “Perché quando usciamo vogliamo solo svagarci”.
Non capisco e chiedo: “Svagarvi da cosa? Avete stress così grandi?”
“Anche il non fare nulla, il non pensare molto, stressa”, dice qualcuno, col sorriso. Ma la verità viene subito dopo:“La polita è complicata”, “Il movimento 5 stelle è diverso. Fatto di gente come noi. Quello lo capiamo meglio”. Provo a farli dubitare: “Avete mai pensato che anche Grillo vi stia sfruttando? Che le sue idee siano messe là apposta per pescare consensi? In altre parole: riflettete con la vostra testa?”.
Rispondono in coro: “Certo”, “Si”, “Ovvio che pensiamo da soli”. E allora ripeto: “Quindi perché siete d’accordo con Grillo?” Ma le risposte tornano vaghe e allora approfondisco: “Per il sistema? La corruzione? Vi prego, mi fate un esempio?” Silenzio. No, ecco che ci provano: “Fiorito”. Provo per un’altra strada: “Conoscete Stefano Rodotà? Se seguite Grillo, dovreste sapere di chi sto parlando?” La risposta è sconcertante: “Ma noi non seguiamo Grillo. Non lo seguiamo, ma ci piace per quello che dice e che fa”. Decido di spostarmi nella vicina Campo de’ Fiori dove, sotto la statua di Giordano Bruno, un folto ‘melting pot’ di italiani e americani si stringe al suono di ‘cin’ con bottiglie di birra. Anche qui molti i ragazzi che intervistati dichiarano di non essere interessati molto alla politica e ai problemi che li dovrebbero riguardare. Chi non lavora stabilmente, chi studia e si arrangia come cameriere, chi lavora ma non è soddisfatto, tutti sembrano andare avanti per inerzia, ignorando la realtà che li circonda. Alla parola ‘Grillo’ si entusiasmano. “Sì, sì lo abbiamo votato”, “A me piaceva di più come comico, però alla fine l’ho votato, non è che ci fossero altre scelte”.
Controribatto: “Ma parlate tra di voi, vi confrontate con queste scelte? Per esempio, perché venite qui? Sapete che un tempo nelle piazze si discuteva, anche animatamente? Le idee circolavano in questo modo”. La risposta è glaciale: “Ormai lo facciamo su internet. È più veloce, più facile”. Come le ‘Quirinarie’, penso. Forse Grillo ha davvero azzeccato i tempi delle sue battute, coinvolgendo con 'la pancia' il pubblico. Questi ragazzi non hanno voglia di politica. Anche se la ritengono interessante, importante e necessaria, la vedono con occhi troppo sfiduciati. Preferiscono qualcuno che abbia pronte delle idee veloci da mettere sul piatto. Uno come Grillo, appunto.
Eccola qui la generazione ‘fast-food’, che preferisce soluzioni veloci già belle e pronte, piuttosto che ragionamenti troppo elaborati. Più che delle idee, questi giovani si accontentano di slogan. È meno faticoso. Loro preferiscono svagarsi, per stemperare il troppo stress (da cosa non si capisce).  Contano su qualcuno che pensi per loro. La coscienza critica è rimasta là, sui banchi di scuola, forse tra le pagine della storia di Atene, mai spiegata o mai capita. Tanto se glielo chiedi la risposta è sempre la stessa: “Non so”.

domenica 21 aprile 2013

ITALIA - Crisi, un milione di famiglie senza lavoro


Quasi un milione i nuclei dove tutti i membri sono senza lavoro. Più che raddoppiati dal 2007. Metà a Sud.
Domenica, 21 Aprile 2013 - Quasi un milione di famiglie senza lavoro. Quasi un milione di famiglie in cui tutti i componenti sono disoccupati. È quanto è emerso dai dati Istat sul 2012. Il numero dei nuclei senza lavoro è aumentato di quasi un terzo in un anno: in rialzo del 32,3% sul 2011. Le famiglie con tutti i membri appartenenti alla 'popolazione attiva' in cerca di occupazione sono 955 mila. In un solo anno le famiglie 'senza lavoro' sono aumentate di 233 mila unità. Ci sono 234 mila single, 183 mila monogenitore, ma anche 74 mila coppie senza figli e 419 mila coppie con 'prole' a cui se ne aggiungono 45 mila che l'Istat definisce di 'altre tipologie'.
METÀ SONO AL SUD. A livello territoriale oltre la metà (51,8%), 495 mila, si trova nel Mezzogiorno, seguono il Nord (303 mila) e il Centro (157 mila). In generale si tratta di famiglie con seri problemi di disoccupazione e quindi di disagio economico. Case dove non c'è alcun reddito, o ci sono entrate che però non arrivano dal lavoro dipendente o autonomo, come possono essere le rendite da pensione. In altre parole nuclei dove regna la disoccupazione assoluta, tutti sono a caccia di un posto, o dove alla disoccupazione magari si associa la pensione o un'altra rendita. Ad esempio può essere il caso di una famiglia dove il padre è pensionato, la madre casalinga con uno o più figli disoccupati. O dove uno o entrambi i genitori sono alla ricerca di un impiego e i figli ancora piccoli vanno a scuola; o ancora tutti i membri soffrono la mancanza di un posto.
RADDOPPIATE DAL 2007. Non si esclude ci possa essere qualche caso più fortunato di chi può permettersi di vivere senza lavorare, contando su rendite immobiliari o da capitale, i cosiddetti rentier. Ma con tutta probabilità, non è la condizione che associa questo milione di case. Un numero
lievitato durante gli anni di crisi. Basti pensare che nel 2007 le famiglie che corrispondevano all'identikit di nuclei con tutte le forze lavoro in cerca di occupazione erano solo 466 mila. Ecco che in cinque anni la loro cifra è più che raddoppiata (+104,9%).

ITALIA - Pd: Sel e Barca si sfilano, ora c'è rischio scissione


Ma il partito regge nel voto su Napolitano
Roma, 20 apr. - Adesso la scissione non è più un fantasma buono per i retroscena, il voto di oggi sul Quirinale apre una frattura forse insanabile tra Pd e Sel e spinge anche Fabrizio Barca, neotesserato democratico, su una linea di confine. L'idea di una separazione tra l'ala sinistra del Pd e il resto del partito diventa una possibilità concreta, tanto più che l'8 maggio Nichi Vendola presenterà il suo nuovo "soggetto della sinistra", un nuovo partito che ha la non troppo celata ambizione di fare da calamita proprio nell'ala sinistra dei democratici. Basta leggere le parole che Sergio Cofferati ha detto all'emittente ligure Canale 10: "A scelta di Prodi doveva servire a ricompattare il partito. In ogni caso ripeto il mio no a un governo di minoranza perché non è possibile accordarsi con Berlusconi. Elezioni e al più presto, è l'unica soluzione". Considerando che un governo del presidente pare destinato a nascere, un dirigente Pd profetizza: "Sulla fiducia al governo si spaccheranno i nostri gruppi, una parte della sinistra se ne andrà e sarà la premessa per un nuovo partito con Sel e Barca".

Matteo Orfini, uno dei 'giovani turchi', nega le voci che lo vedono tra i probabili scissionisti: "Scissione dell'ala sinistra? Mi pare che questa giornata allontana Barca e Vendola dalle nostre posizioni, se hanno deciso di inseguire Grillo sul terreno del populismo, auguri. Spero che M5S trasmetta in streaming la riunione in cui esaminano il documento di Barca sul partito pesante... ". E anche Cesare Damiano, ex Cgil, ex ministro e altro esponente dell'ala 'laburista', per ora frena: "Vederemo quale governo del presidente sarà formato, ora c'è da privilegiare l'emergenza. Io dico che il Pd va rifondato e ripensato. La dichiarazione di Barca su Napolitano non mi è piaciuta. Ma un partito va fatto, perché il vecchio Pd non c'è più". Ma quando a Orfini si chiede cosa accadrebbe in caso di 'governo di larghe intese', la risposta è significativa: "Ma qualcuno potrebbe lasciare se nascerà il governo di larghe intese: "Non credo ci sarà questo governo". Anche Damiano dice "vediamo quale governo sarà formato".

Sul voto a Napolitano il partito ha tenuto, le sirene di Barca e di Sel non hanno fatto molta presa, solo qualche manciata di voti è finita comunque a Rodotà. Ma è un dato che non deve trarre in inganno, ora c'era da serrare le file e tutti attendono quello che accadrà sul governo. Inoltre, c'è il congresso alle porte e non è detto che il malumore debba manifestarsi subito con una scissione: l'ala sinistra potrebbe innanzitutto provare a prendersi il partito. Le premesse per uno strappo, però, ci sono tutte e bisognerà anche capire che partita giocherà Matteo Renzi.

Il sindaco ha sempre fatto sapere di non essere interessato alla guida del Pd, ma se le elezioni saranno, come probabile, non prima di un anno, il rottamatore potrebbe decidere di correre per la segreteria, da usare come trampolino di lancio per la premiership. C'è poi da valutare il posizionamento dei 'maggiorenti' del partito. L'ex Margherita è quasi per intero pronta a sostenere il sindaco di Firenze, ma anche esponenti come Walter Veltroni e forse Pier Fassino dovrebbero stare con lui. C'è da capire come si posizionerà il resto del blocco ex Ds. Di sicuro, il 'ritorno al passato' di Ds e Margherita, magari con pesi specifici invertiti, sembra più vicino.

ITALIA - Le responsabilità del PD


La prima responsabilità è dei dirigenti PD chiusi nell'affermazione del loro diritto all'egemonia anche quando non sanno che pesci pigliare.

Scrive Claudio Bellavita, antico dirigente socialista poi iscritto ai DS ed ora, crediamo, al PD:


Sabato 20 aprile - Scusate il linguaggio, ma sono fuori dei fogli e mi rifiuto di automoderarmi. in questa vicenda hanno mostrato molto maggiore senso dello stato Berlusconi e Grillo rispetto agli ignobili cialtroni del PD, chiusi nelle loro misteriose faide interne che neanche un cremlinologo di altri tempi riesce a capire, e nell'affermazione del loro diritto all'egemonia anche quando non sanno che pesci pigliare o pescano stronzate. Perchè D'Alema non ha votato Prodi? sembra un complotto da corte bizantina, di quelli che neanche Procopio da Cesarea riusciva a spiegare. Il povero Berlusconi , che in fondo ha preso solo 100.000 voti in meno degli asini pomposi della coalizione Bersani, voleva un presidente che gli firmasse la grazia, quando fosse servita. Ci ha rinunciato perchè siamo in emergenza.E quei coglioni dell'estrema sinistra gridano all'inciucio e ci mettono anche Napoiltano, ma si mettano loro, al neurodeliri. Grillo ha detto che per un presidente che non era sua espressione, ma, come uomo dei beni comuni alla sua base piaceva, era disposto a sostenere un governo. Ma per i presuntuosi imbecilli del Pd, che non sono capaci neanche di accordarsi sul nome di un pizzaiolo, non è concepibile che altri facciano un nome di loro presunta e presuntuosa competenza o dello loro area. Il paese non può più permettersi così tanti cretini a sinistra, dovrà fare a meno della sinistra. Come fece a meno durante la ricostruzione, e meno male che c'era Fanfani e non il piano del lavoro della CGIL...

ITALIA - Napolitano bis: verso un governo di larghe intese


La rielezione del capo dello Stato apre all'ipotesi di un esecutivo del presidente. Che realizzi le riforme individuate dai saggi. Letta e Amato in pole per la premiership. Monti spinge Cancellieri a Palazzo Chigi. Il centrosinistra scompare. E il PD è a rischio scissione.

di Gabriella Colarusso

Sabato, 20 Aprile 2013 – Dopo sette anni alla guida del Colle più alto della Repubblica, Giorgio Napolitano è stato rieletto Capo dello Stato, con un'ampia maggioranza: 738 voti arrivati da Pd, Pdl e Scelta civica.
È la prima volta nella storia della Repubblica che un presidente viene rieletto, non era mai successo prima. Un secondo mandato che inizia, però, sotto i colpi di una durissima crisi politico-istituzionale.
LA NOTTE DRAMMATICA DEL PD. Napolitano aveva escluso da tempo la possibilità di una sua rielezione. Ma nella serata del 19 aprile l'ipotesi aveva cominciato a prendere corpo, dinanzi alla debolezza di un parlamento diviso in tre blocchi, senza nessun vero vincitore, e alla paralisi di un sistema politico incapace di trovare un accordo sul nuovo presidente della Repubblica.
I DUE CANDIDATI BRUCIATI. In due giorni, infatti, il Partito democratico ha visto sfaldarsi la sua stessa maggioranza, prima sul nome di Franco Marini, poi su quello di Romano Prodi. Il M5s è rimasto fermo nelle sue posizioni, rifiutando il dialogo con i democratici su tutte le ipotesi alternative al candidato grillino per il Quirinale, il giurista Stefano Rodotà.
Il Pdl, dopo aver visto cadere l'ipotesi Marini sulla quale si era accordato con il Pd, ha alzato le barricate contro la candidatura di Romano Prodi, considerata un affronto al centrodestra, poi abbattuta dallo stesso partito del Professore.

La condizione non detta di Napolitano: appoggio a un governo di larghe intese


Uno scenario balcanizzato che ha spinto Napolitano, nel primo pomeriggio del 20 aprile, a desistere e ad accettare la richiesta di ricandidatura che gli è stata avanzata, con un certo pathos drammatico, raccontano le cronache dal Quirinale, da tutti i leader dei principali partiti - Pier Luigi Bersani, Silvio Berlusconi, Mario Monti - e dai rappresentanti delle Regioni.
Nel comunicato con cui annunciava la sua disponibilità ad un secondo mandato, Napolitano però aveva escluso che nei colloqui con i leader politici tenuti prima del voto si fosse parlato anche del futuro governo.
LA PRIORITÀ SONO LE RIFORME ISTITUZIONALI. Ma il sì del presidente alla ricandidatura, dicono i bene informati, è stato condizionato proprio a un preciso impegno da parte dei due principali partiti, Pd e Pdl: il sostegno a un governo di larghe intese che realizzi almeno le principali riforme istituzionali ed economiche che servono al Paese, già individuate dal lavoro dei saggi, e riporti poi i cittadini alle urne, magari già entro un anno.
Un governo del presidente, di scopo, o comunque lo si voglia chiamare, sostenuto con i voti di una parte del Pd, del Pdl e di Scelta civica.
IN LIZZA PER PALAZZO CHIGI AMATO E LETTA. Sul nome del premier che dovrebbe guidare l'esecutivo di concordia ci sono diverse ipotesi. Il più quotato al momento è quello di Giuliano Amato, che avrebbe l'appoggio di Pd e Pdl ma non della Lega. O in alternativa, quello di Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico, affiancato come vice-premier da Angelino Alfano.
IPOTESI VIOLANTE ALLA GIUSTIZIA. Al momento è escluso, secondo fonti parlamentari, che si dia vita a un esecutivo tecnico o comunque composto solo da tecnici. Alcuni dei saggi scelti da Napolitano per accompagnare la fase di transizione post voto potrebbero così entrare nella nuova squadra. Si parla al momento di Luciano Violante alla Giustizia e della conferma di Anna Maria Cancellieri agli Interni.
Ma è sulla maggioranza trasversale che dovrà sostenere l'esecutivo che si aprono le incognite maggiori. Con il PD, che ha azzerato la segreteria, a forte rischio scissione.

La guerra dei democratici e la fine del centrosinistra

Mentre la presenza di Silvio Berlusconi riesce a tenere ancora unito il Pdl, le votazioni per la scelta del nuovo capo dello Stato hanno fatto emergere tutte le contraddizioni interne alla formazione uscita vincitrice, seppur con una maggioranza risicata, dalle elezioni: il Partito democratico.
La guerra interna, combattuta a colpi di schede bianche, nulle e franchi tiratori, che ha travolto persino il padre fondatore e nobile del partito Romano Prodi, ha spaccato i democratici al punto da portare prima la presidente, Rosy Bindi, e poi anche il segretario Bersani alle dimissioni.
LA PROFEZIA DI D'ALEMA. «L'amalgama mal riuscita» - copyright di D'Alema - si è così dissolta dinanzi all'impossibilità di far convivere le due diverse anime del partito: quella dei sostenitori della larghe intese, favorevoli a un accordo con Berlusconi in grado di archiviare una guerra durata 20 anni, e quella della sinistra del Pd convinta che il governo di cambiamento con il M5s fosse l'unica possibilità di dare un esecutivo al Paese dopo il voto del 25 febbraio. Una linea, quest'ultima, che è stata portata avanti da Bersani e dall’ ormai ex alleato, Nichi Vendola, anche di fronte ai ripetuti e a tratti offensivi niet di Beppe Grillo.
PARTITO A RISCHIO SCISSIONE. Ora il Pd rischia davvero la scissione. Di certo, il centrosinistra non esiste più. Al sesto scrutinio che ha decretato la rielezione di Napolitano, infatti, il leader di Sel ha dichiarato che il suo partito avrebbe votato per Stefano Rodotà, annunciando già che sarà all'opposizione di qualsiasi governo dell'«inciucio». «Silvio Berlusconi è il vero vincitore di questa partita», ha spiegato Vendola in conferenza stampa. L'ipotesi di governissimo che si profila all'orizzonte «la consideriamo una sciagura per il Paese».
IL TWEET DI BARCA APRE IL CONGRESSO DEL PD. A riscaldare il clima è arrivata anche la dichiarazione di Fabrizio Barca, attuale ministro della Coesione territoriale, che molti considerano il possibile futuro leader di una nuova formazione politica che tenga dentro la sinistra del Pd e Sel. Anche se l'interessato ha escluso di voler fare il capo partito preferendo invece un ruolo di dirigenza.
«Incomprensibile perché il Partito democratico non voti Stefano Rodotà o Emma Bonino», ha scritto su Twitter il ministro pochi minuti prima che iniziasse la sesta votazione per il Quirinale. Aprendo di fatto il congresso del Pd, che orà dovrà portare a una sintesi tra l'anima liberal-renziana, quella più spostata a sinistra dei Giovani Turchi e dei socialdemocratici, e quella ex popolare. Oppure a una scissione e alla nascita di qualcosa che per ora è difficile prevedere

sabato 20 aprile 2013

ITALIA – Resa dei conti: le accuse di Stefano Rodotà al Partito democratico


Il giurista se la prende con i Democrat. Colpevoli di non averlo mai chiamato.

Sabato, 20 Aprile 2013 Dopo la disfatta del Partito democratico, con l’impallinamento di Romano Prodo nella corsa al Colle e le dimissioni di Pier Luigi Bersani e Rosy Bindi, persino Stefano Rodotà ha iniziato a interrogarsi apertamente sulle ragioni del rifiuto dei Democrat sul suo nome. Indignandosi sul silenzio. E stupendosi del fatto che nemmeno un gerarca del partito abbia provato a contattarlo.
UNA SCELTA PER TUTTI. «Ho letto oggi che ci sono vertici del Partito democratico irritati con Rodotà perché non avrebbe mai detto che la sua candidatura non era di parte», ha detto l'ex giurista, già presidente del Pds e candidato al Colle dal Movimento 5 Stelle, intervistato dal quotidiano Repubblica il 20 aprile, alla vigilia del quinto scrutino. «Ma se c'è stato qualcosa cui hanno tenuto molto i parlamentari del Movimento 5 stelle in questi giorni, è proprio dire che la mia non era una scelta interna, che non apparteneva alla loro parte politica. È aperta a tutti, lo hanno spiegato più volte e molto bene. Per questo non l'ho sottolineato».
«L'IPOCRISIA DEL PD». Per la prima volta, l'80enne noto per l'understatement  si lascia scappare un po' di insofferenza. «Leggendo queste cose che trasudano un po' ipocrisia, la mia reazione è questa: ma come? Io sono un signore che loro conoscono molto bene da alcuni anni. Esistono molti strumenti oggi per tenersi in contatto: telefono, sms, e mail. Se volevano un chiarimento, perché non li hanno usati?».
Il problema, dunque, è che «nessuno» dei vecchi amici lo ha chiamato. Salvo incolparlo di partigianeria. E salvo averlo sfruttato al momento opportuno. «Perciò mi sono irritato. Perché vedo in questa vicenda una grande ipocrisia. Io ho lavorato tanti anni con quelle persone. Quando ha fatto loro comodo, il telefono è stato molto utilizzato».
IL CANDIDATO DI TUTTI. L'accusa è tanto più grave perché «la mia candidatura girava in Rete da mesi, con sottoscrizioni, firme, appelli. Non è stata certo un'invenzione dei grillini. Nella loro consultazione on line, alcuni nomi sono venuti fuori più di altri perché erano già nel circuito. La mia candidatura non è stata un'invenzione o una forzatura».